Story of the Game

La bella tragedia di Mo e Jack: keep on driving, Mr.Stokes!

Francesca Bellizzi
14.10.2017 18:50
“You got a fast car” canta Tracy Chapman, con quella voce di sobria e graffiante eleganza che ha pervaso i magnifici anni ’80. Un’automobile veloce. E chi non la vorrebbe? Un’automobile potente e indistruttibile, con cui correre, correre e ancora correre. Come il talento. Un motore infaticabile per andare lontano, ovunque si voglia. Come la perseveranza. Per intraprendere il viaggio basta il primo. Per portarlo a termine occorre la seconda. Maurice Stokes possedeva entrambi. Ma non è bastato. Quale sarebbe stato l’epilogo della sua traversata, se nella notte di quel 12 marzo 1958 nulla fosse mai accaduto, nessuno lo sa. Eppure, quella di Maurice Stokes è una storia che ha dell’incredibile. Nonostante tutto. Nonostante il dolore. Nonostante la disperazione per ciò che avrebbe potuto essere e mai è stato. E allora preparatevi a raccogliere i pensieri e a tornare indietro nel tempo, sulle note di quel capolavoro di struggente bellezza che è “Fast car”. Preparatevi ad accogliere la sua storia, a riservarle un posto in cui nulla si sgretola e niente svanisce. Preparatevi a leggere di lui. Dell’uomo. Del campione. Dell’imprevedibilità della vita dentro e fuori dal campo. "You got a fast car" – Il ruggito del talento del giovane Maurice comincia a rimbombare ben presto nei più affollati playground di Pittsburgh. Il ragazzo ha nell’indole e nelle vene lo spirito più autentico della sua città, cuore pulsante dell’antico nerbo di ferro e acciaio dell’America. In lui ribolle la ferrea determinazione della Steel City degli anni ’30 e convivono le più oscure contraddizioni di un Paese in cui povertà e discriminazione infliggono ferite profonde e inguaribili. Sul terreno multietnico e accidentato di quei campi da gioco la stella di Maurice brilla incontrastata: due campionati cittadini conquistati con la sua George Westinghouse High School e un talento che non conosce rivali gli valgono le offerte di alcuni fra i college più prestigiosi del Paese. Stokes, però, le declina tutte. Ha deciso che il motore ruggente della sua automobile carburerà altrove, al St. Francis di New York, “the small college of big dreams”. "You got a fast car/ Is it fast enough so we can fly away?" – Se Stokes si sia mai chiesto fin dove il suo talento potesse realmente condurlo, nessuno lo sa. Quel che è certo, è che a Brooklyn il suo nome diventa ben presto garanzia di successo. 32 punti e 18 rimbalzi le cifre intascate nella terza partita contro Villanova; 22 punti e 24 rimbalzi la media che lo accompagna al termine di una brillante carriera universitaria. Al St. Francis non si era mai visto nulla del genere. Al St.Francis, college di tradizione cestistica tutt'altro che invidiabile, nessuno avrebbe mai sperato di riuscire ad incutere tanto timore tra le fila del NIT. Ora Maurice ne è certo: sa che la sua fast car può condurlo lontano, lì dove il sogno è di tutti ma la reale conquista di pochi. Così, rifiutato un contratto da 15mila dollari con gli Harlem Globetrotters, Stokes approda nel favoloso mondo della NBA. "I had a feeling I could be someone/ Be someone/ Be someone" – Se Stokes sia sempre stato consapevole della potenza devastante del suo motore, nessuno lo sa. Di colpo, però, tutte le aspettative maturate al “piccolo college dei grandi sogni” sembrano trasformarsi in realtà. Dichiaratosi eleggibile al Draft del 1955, Maurice sbarca ai Rochester Royals con la seconda scelta assoluta. Il suo talento sembrerebbe garantirgli un biglietto di sola andata verso l’Olimpo del successo, seguendo la più lineare delle rotte. Ma l’America di Stokes è quella degli anni ’50, in piena Guerra Fredda, dominata dal sospetto e dalla paura, ancora alle prese con le dolorose conseguenze della Grande Depressione e con la piaga devastante della discriminazione. Maurice non ha paura: il ruggito del suo talento è più forte di ogni riserva o pregiudizio, più tenace di ogni insinuazione che abbia a che fare con il college di provenienza o con il colore della sua pelle. Maurice lo sa: è questa l’occasione per ingranare la marcia più veloce e diventare finalmente qualcuno. Ha qualità atletiche, visione di gioco e determinazione. Vuole farcela. La stats-line della sua partita d’esordio ne è la prova: 32 punti, 20 rimbalzi, 8 assist. Al termine della sua prima stagione NBA, 17 punti ed oltre 16 rimbalzi di media valgono a Stokes il riconoscimento di Rookie dell’anno. “E’ tutto vero” avrà pensato Mo “Posso davvero essere qualcuno”. "You and I can both get jobs / And finally see what it means to be living"- A dichiararsi eleggibile al Draft del 1955 c’è una vecchia conoscenza di Mo: si tratta di John Kennedy “Jack” Twyman, un altro figlio della Pittsburgh degli anni '30, avversario di Stokes negli affollati playground cittadini. Una strana e fortuita coincidenza vuole che quell’anno i Rochester Royals scelgano anche lui: e così, Mo e Jack si ritrovano fianco a fianco, compagni votati dalla Sorte alla medesima causa. I due non potrebbero essere più diversi: Stokes è un afroamericano dalla muscolatura possente, Twyman un bianco di corporatura gracile e meno atletica. Stokes è un rimbalzista, uno sempre all’ombra del canestro. Twyman, invece, non vede l’ora di tirare. E la difesa non è esattamente il suo forte: “Quando giocavo contro di lui, riuscivo a segnare 30 punti a partita. Peccato che lui riuscisse a metterne a segno 35”, avrebbe dichiarato Dolph Schayes. Il rapporto tra Maurice e Jack è controverso e sfaccettato. In campo, i due non sembrano andare sempre d’accordo. Durante una partita con i Royals, Jack si assume la responsabilità di tre tiri consecutivi, senza riuscire a mandarne nessuno a bersaglio. Mo è lì, pronto a battersi sotto le plance. I rimbalzi sono tutti suoi. Con l’ennesimo possesso tra le mani, Jack non può che fare ciò che l’indole da sempre gli comanda: tirare ancora. L’obiettivo è nuovamente mancato. Timeout in campo. Mo è su tutte le furie e intima a Jack di darci un taglio, senza troppi complimenti: messaggio ricevuto! Questo è Twyman. Questo è Stokes. E divergenze a parte, i due si ritrovano alla guida di una franchigia in rapida e costante ascesa. Nel 1958 Maurice prende parte al terzo All-Star Game in altrettanti anni da professionista e nello stesso anno i Royals tagliano il tanto agognato traguardo: i playoffs. Mo e Jack ce l’hanno fatta. Tra le mani hanno tutto ciò che da bambini potevano solo immaginare. Il loro sogno è inossidabile, tanto quanto l’acciaio che esce dalle fabbriche fumanti che circondano Pittsburgh. La macchina corre veloce. E la vita pure. Troppo, troppo veloce. "Speed so fast I felt like I was drunk" 12 marzo 1958. Ultima partita di regular season contro i Minneapolis Lakers. Maurice è sotto canestro, come sempre. Il suo corpo vola in alto, alla conquista dell’ennesimo rimbalzo. Ma al momento dell’atterraggio, qualcosa va storto. Lo schianto è fragoroso: Maurice batte la testa sul parquet con una violenza inaudita, perdendo i sensi. L’isteria dilaga: Mo viene soccorso e rianimato a fatica, i sali sembrano restituirgli vigore. Niente di grave, solo una botta e tanta paura. Stokes è di nuovo in piedi, pronto per tornare in campo: chiuderà l’incontro con 24 punti a referto e la vittoria dei suoi Royals. Durante la notte, la squadra si mette in viaggio alla volta di Detroit, pronta ad affrontare la prima partita di quei tanto agognati playoffs. Poco prima dell’incontro, Maurice è in bagno, piegato in due dalla nausea e dai conati: “Avrà alzato il gomito” è quello che pensano tutti negli spogliatoi. Mo non si dà per vinto: obbediente al suo Vangelo, è ancora una volta sul parquet,  dove mette a referto 12 punti e 15 rimbalzi nella sconfitta della sua squadra. Non potevi saperlo, Mo. Nessuno poteva immaginare che quella sarebbe stata la tua ultima partita. E’ stato tutto troppo veloce. Il motore della vita è andato improvvisamente fuori dai giri. E non è bastato che un istante. Chissà cosa hai pensato quando hai sentito venir meno le forze sul volo di ritorno. Quando, con un fil di voce, hai mormorato: “I feel like I’m going to die” ... "I said somebody's got to take care of him" Maurice Stokes è vittima di un collasso quasi letale sul volo che lo riporterà a Cincinnati. Un’assistente di volo lo soccorre prontamente con una maschera d’ossigeno che gli salverà la vita. Ma è troppo tardi: tra ciò che Stokes è in grado di vedere e ciò che è in grado di fare si erge, ormai, una barriera inossidabile. Proprio come il suo sogno. Prima di chiudere gli occhi, Mo fa appena in tempo a sentire la voce del suo compagno di squadra Richie Reagan implorare il reparto d’emergenza perché consentisse ad un laico di battezzare un uomo in punto di morte. Poi più nulla. All’ospedale di Cincinnati la diagnosi è drammatica: encefalopatia post-traumatica. Un danno irreversibile causato dalla terribile caduta nella partita contro i Lakers. Quando riapre gli occhi, Maurice è terrorizzato. Giace inerme in un letto, senza riuscire a muoversi né a parlare. Accanto a lui non c’è nessuno, tranne una persona: Jack Twyman. È lui, il compagno di una vita all’insegna dell’imprevedibile, a prendersi cura di Mo con la devozione di cui solo un amico è capace. Jack non ha che ventiquattro anni, ma la sua dedizione è totale. Nel 1958 la NBA non prevede alcun piano di pensionamento. Dopo l’infortunio, Stokes viene licenziato in tronco: lontano dalla famiglia e senza alcuna possibilità di accedere al proprio conto corrente, le speranze che Maurice riesca a sopravvivere sono appese a un filo. Twyman, però, non ha intenzione di darsi per vinto: sa che il suo amico non mollerà. Sa che la perseveranza lo accompagnerà fino alla fine del viaggio. Con una battaglia che commuove l’America, Jack riesce a farsi nominare tutore legale di Mo, così da poter provvedere in prima persona a tutte le sue esigenze. Ma non basta. Twyman sa che di soldi per sostenere le cure mediche di Maurice ne servono tanti. Troppi. “Metterò a disposizione stanze e cibo, se riuscirai a portarmi i migliori giocatori della Lega” è la risposta di Milton Kutsher, proprietario di un hotel sulle Catskill Mountains con il pallino della palla a spicchi cui Twyman propone di organizzare una partita di beneficenza in onore di Mo. Jack non se lo fa ripetere due volte. E un attimo dopo ha già alzato la cornetta del telefono. "So take your fast car and keep on driving" – Quella è stata la prima di tante partite con cadenza annuale. A quell’incontro ne è seguito un altro. E poi un altro. E un altro ancora. Probabilmente Jack sapeva fin dall’inizio che sarebbe andata così. Ha escogitato di tutto pur di aiutare Maurice: dalle trovate pubblicitarie agli accordi con la stampa, nessuno si è mai tirato indietro. Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar sono soltanto due dei nomi di chi ha sempre risposto “presente”. E Mo? Mo era spesso lì, a bordo campo, pronto a far valere tenacia e umorismo anche su una sedia a rotelle. La presenza costante di Jack e le interminabili sedute di fisioterapia sono stati soltanto due degli ingredienti del suo piccolo, grande miracolo. Durante la sua degenza sono stati in tanti a fargli visita. Twyman faceva tappa in ospedale quasi ogni giorno, al termine della seduta di allenamento, spesso in compagnia dei figli Jay e Lisa. A non più di dieci passi dalla soglia della camera, la risata di Mo gli arrivava all’orecchio, limpida e sincera. Rideva parecchio, Maurice Stokes. E sorrideva. “Maurice non poteva fare nulla, eppure era in grado di fare tutto. Capite cosa intendo?” avrebbe dichiarato Jim Paxson. Nel 1965, Mo riusciva ad articolare confusamente qualche parola, a nutrirsi autonomamente e persino a muovere qualche passo. Il 6 aprile del 1970 i suoi occhi si chiudevano per sempre: dopo una battaglia durata dodici anni, il motore ha smesso di ruggire, colto da un infarto fulminante. Aveva appena trentasei anni. Jack Twyman non lo ha mai abbandonato. Lo ha accompagnato fino all’ultima tappa di quel viaggio che, un po’ per caso e un po’ per scelta, si sono ritrovati ad intraprendere insieme nel cuore di Pittsbourgh. Nel 2004, quando il nome di Maurice è stato finalmente introdotto nella Hall of Fame, Jack era lì, con la voce incrinata dall’emozione: “Congratulations, big fella! You made it!”. Oggi il cerchio si è chiuso. Nonostante tutto, il motore ha ripreso a girare e la macchina a correre. Ancora una volta. Ancora più veloce.

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