Ovest

Green-Cuban: una polemica grammatico-concettuale

Federico Guido
06.11.2017 10:45
C’è chi, vedendo il motivo della discordia, potrebbe suggerire ai due litiganti di aprire il dizionario e riporre così, con una pacifica lettura collettiva, l’ascia di guerra, ma dietro le piccate risposte che da più di qualche ora Draymond Green, ala due volte campione NBA dei Golden State Warriors, e Mark Cuban, vulcanico proprietario dei Dallas Mavericks, si stanno mandando attraverso la stampa c’è qualcosa di molto più complesso e delicato. Facciamo però un passo indietro. Tutto parte dall’infelice uscita fatta qualche giorno fa dal proprietario degli Houston Texans Bob McNair in riferimento alla sempre più viva ed usuale abitudine dei giocatori afro-americani della National Football League di inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale prima del kick-off.
Non possiamo permettere che i carcerati comandino in prigione”.
La frase pronunciata dal 79enne ricco uomo di Tampa che ha innescato un vero e proprio polverone al di qua e al di là dell’oceano, travalicando ovviamente i confini del football e diventando materia di discussione per giocatori, allenatori e addetti ai lavori anche di altri sport, basket (sempre molto attento a polemiche di stampo sociale, vedi il caso Sterling) incluso. È successo così che fra i molti interpellati sulla questione anche Draymond Green (uno che notoriamente tende a farsi sentire non poco dentro come pure fuori dal parquet) abbia voluto dire la sua, dichiarando che lui non avrebbe giocato per McNair dopo quella frase, sostenendo che per “essere un carcerato devi essere o in prigione o in un ospedale” e lui ovviamente non è dentro nessuno dei due. Il numero 23 dei campioni in carica naturalmente però non si è fermato solo a questo visto che il passo successivo, quello che ha scatenato poi la sentita reazione da parte del numero uno dei Mavs, è stato quello di mettere l’accento sul significato e sull’accezione del termine owner, in italiano letteralmente “proprietario”. Per Green infatti bisognerebbe smettere di usare la parola owner e adoperare più giustamente quella di chairman (presidente), in quanto la prima contiene implicitamente il concetto di “essere proprietà di qualcuno” che di per sé, secondo quanto affermato dall’ex Spartansè negativa e mal predispone a livello mentale”. Ebbene, su queste affermazioni, Cuban (che ha definito “sbagliata e ridicola” l’uscita del suo collega dei Texans) ha avuto da eccepire, sentendosi offeso e arrivando addirittura a dire che, per quanto dichiarato, Green “deve delle scuse alla NBA”.
Far passare una cosa per quel che non è non è sbagliato. Cercare di far passare l’idea che possedere il capitale di una compagnia per cui tu ti fai il mazzo sia l’equivalente di possedere delle persone è sbagliato in ogni modo. È sbagliato che le persone che leggono questo messaggio lo interpretino male, pensando che non facciamo tutto il possibile per i nostri giocatori, che non ci importi delle loro famiglia e delle loro vite (cosa che per fortuna invece facciamo per tutti i nostri impiegati).”
Per Cuban quindi non c’è motivo per non usare ed essere indicato lui stesso come proprietario, sottolineando come e perché personalmente non veda nell’uso di quel termine un’accezione negativa e come, a livello generale, le persone non debbano sbagliare a interpretarlo, confondendolo con qualcosa di più grave:
Noi possediamo i soldi, non le persone e c’è una grande differenza. Questo è un Paese in cui abbiamo delle compagnie in cui tu metti i soldi e acquisisci del capitale che possiamo tradurre con titoli azionari. Parliamo di persone che si fanno il mazzo, lavorano sodo e con un po’ di fortuna fanno abbastanza soldi per comprare azioni e poi compagnie.
Se volete parlare di schiavitù, di persone che fanno commenti e non rispettano gli altri va bene, parliamone, ma non provate a farlo perché noi possediamo un team, perché per la nomenclatura siamo “proprietari”, possediamo delle azioni e del capitale e perché questo può essere avvicinato alla schiavitù. Tutto ciò è brutto quanto le frasi pronunciate da Mcnair”.
Una differenza sostanziale quindi che, per il boss nativo di Pittsburgh, deve essere rimarcata, ben chiara a tutti e che forse Draymond Green non ha compreso “perché a Michigan State non ha partecipato ad alcun corso di economia”, finendo per alimentar ancor più le fiamme attorno ad un tema già piuttosto caldo. Fiamme che, vista l’offerta del numero uno di Dallas all’“Orso ballerino” (“Se vuole sono pronto a pagargli un corso all’Indiana's business school”) e il terreno fertilissimo che trova questa tematica lungo gli Stati Uniti, c’è da aspettarsi che divampino ancora a lungo.

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