Golden State Warriors

New Orleans alza la voce: un triplice monito per i Golden State Warriors!

La vittoria casalinga sembra aver acceso l’entusiasmo dei Pelicans, pronti a sfruttare le recenti difficoltà dei Dubs per riaprire la serie dei Playoffs.

Antonello Brindisi
05.05.2018 15:35

Nonostante i favori del pronostico riserbati nei Golden State Warriors, gli attuali campioni in carica non possono certo accontentarsi nel mantenere il fattore campo a proprio favore, pronti a dare l’estremo colpo di grazia ad una New Orleans tanto entusiasta quanto insidiosa. In particolar modo, preso atto del costante apporto di Anthony Davis sotto canestro (doppia doppia di media nella serie contro i Dubs, 26.3 ppg e 14.3 rpg con 2.6 bpg, 1.6 apg e ben 3 spg) e dell’imprevedibilità nella gestione della palla di Rajon Rondo (14.6 apg in queste 3 partite contro Golden State, 11.6 ppg, 8.3 rpg e 2.3 spg), i californiani sembrano dunque chiamati ad arginare le proprie difficoltà mostrate fino ad ora in questi primi atti delle Semifinali di Conference.

Paradossalmente, i bersagli di queste attenzioni sono rappresentati da tre dei quattro principali interpreti del gioco espresso da coach Steve Kerr: Draymond Green, Kevin Durant e Stephen Curry. Coinvolti personalmente da altrettante casistiche differenti, il triplice monito portato da queste esigenze conserva un solo obbiettivo condiviso, donare la consueta tranquillità sul parquet nell’economia della partita di Golden State. Mentre KD è chiamato a dare una maggiore continuità alla propria prestazione offensiva, in particolar modo nelle percentuali prodotte dall’arco dei tre punti, le restanti All-Star interessate dovranno guardarsi le spalle da un’insidia comune: Rajon Rondo. L’enigmatico playmaker di New Orleans sembra quindi rappresentare una vera e propria insidia nel futuro dei Dubs, più che un semplice avversario da oltrepassare per continuare il proprio cammino in questa postseason.

La precaria condizione fisica mostrata recentemente da Stephen Curry, non ancora al meglio dopo il fastidioso infortunio alla solita caviglia sinistra, sembra infatti poter generare una grande possibilità di sopraffazione da parte dell’agguerrito backcourt dei Pelicans, pronto a sfruttare la fisicità di un ritrovato Jrue Holiday e l’estrema competitività di Rajon Rondo, per frenare il ritorno di Stephen Curry ed imporre di conseguenza il proprio gioco nella fatidica gara4 in programma questa sera sullostico campo del Smoothie King Center di New Orleans (partita che riporterebbe la serie in parità, 2-2).

Proprio la sopracitata aggressività dell’ex Boston Celtics sembra rappresentare il timore più grande per i tanti tifosi dei Dubs, allarmati dall’evidente animo bellicoso del proprio avversario, pronto ad infliggere un nuovo colpo alla già fragile caviglia del numero trenta di Golden State. Un intenzione sottolineata puntualmente anche nel corso del precedente incontro, quando Rajon Rondo ha volontariamente calpestato e bloccato sotto la propria suola il piede di Stephen Curry, cercando così di indurre la caviglia del campione dei Warriors verso una nuova distorsione.

Come era lecito immaginarsi, la pesante accusa mossa dall’intero ambiente dei californiani non è affatto piaciuta al playmaker dei Pelicans, pronto a rispedire al mittente le pesanti accuse di antisportività, con la speranza di infiammare ancora una volta il già sentito confronto emotivo con i maggiori esponenti di Golden State:

“Le accuse che mosse dai giocatori di Golden State sono ridicole, in particolar modo le frasi di Draymond Green. Come al solito non perde l’occasione di attaccare in maniera subdola i propri avversari ma con me questo gioco non funziona. Sono un giocatore che ama la competizione, vivo per questo e non saranno certo le parole di un attaccabrighe a fermarmi".

"A differenza di Green io non sono un giocatore scorretto, la mia energia mentale e il mio impeto fisico servono a garantire la vittoria sul parquet alla mia squadra, non mi interessa fare del male al mio avversario. Non uso questi sporchi trucchi, ho una dignità che non mi permette questo tipo di azioni fortunatamente”.

Un messaggio indirizzato ancora una volta verso Draymond Green, recente vittima dell’accanimento emotivo messo in atto da Rajon Rondo nel famoso faccia a faccia che ha diviso in due fazioni contrastanti l’opinione comune della NBA, portando tra le altre cose alla deprecabile “caccia all’uomo” indetta da sir Chalres Barkley verso il numero ventitre dei Dubs (il noto volto televisivo di TNT nonché vecchia gloria della NBA si è successivamente scusato per il marcato tono di violenza usato contro Green). Tutto questo fervore mediatico non ha certo giovato alla tranquillità emotiva dell’orso ballerino, recente protagonista di vari atti di nervosismo sfociati spesso in accesi confronti personali e conseguenti falli tecnici subiti sul parquet.

La causa di queste difficoltà? Naturalmente l’atteggiamento provocatorio di Rondo, astuto sabotatore di una macchina quasi perfetta (il sistema di gioco di Golden State) che anche nel recente passato, ha dimostrato di subire particolarmente il confronto con i propri limiti caratteriali piuttosto che le contromosse adottate tatticamente dai proprio avversari. Proprio seguendo quest’ottica, Draymond Green rappresenta indiscutibilmente il leader emotivo della propria squadra, legando inevitabilmente il successo di Golden State all’impeto positivo del proprio carisma. Quando questo stretto rapporto di causa-effetto si è spezzato a causa dell’eccessiva tensione del baluardo californiano, gli uomini di coach Kerr hanno mostrato una marcata difficoltà di reazione, fattore che i Pelicans sembrano dunque aver bene in mente per incentivare la propria rimonta.

Togliere Draymond Green dalla partita andrebbe a scalfire non solo la corazza emotiva degli Warriors ma anche ad escludere il principale terminale di gioco (15.6 ppg, 12 rpg, 10.6 apg nella serie disputata contro New Orleans) di questa postseason targata Golden State. Un dato generato non solo dalla reiterata indisponibilità di Stephen Curry, quanto in gran parte dalle inusuali difficoltà realizzative di Kevin Durant. La chiave di volta in questo caso è da ricercarsi nell’estrema duttilità degli esterni di New Orleans, in particolare nella copertura difensiva offerta da Nikola Mirotic e dalla mossa tattica proposta da coach Alvin Gentry, un’assidua copertura di Jrue Holiday sui possessi gestiti da KD.

Se infatti la fisicità e le caratteristiche tecniche di Mirotic consentono alla propria squadra di poter sfruttare dei preziosi miss match in attacco sia contro il backcourt dei Dubs (costretto a concedere fisicità al giocatore dei Pelicans) che contro il frontcourt dei californiani (in questo caso l’estrema rapidità dell’esterno, dettata dalla buona tecnica a disposizione, sembra poter garantire dei punti sicuri contro le torri degli Warriors), rappresentando contemporaneamente una delle variabili più importanti nell’economia della fase di contenimento della propria squadra (ricordate il lavoro svolto contro Damian Lillard e C.J. McCollum nel corso del 1° turno dei PO?), il lavoro svolto da Holiday contro Kevin Durant ha costantemente ridotto la percentuale di realizzazione dal campo del numero trentacinque di Golden State, costringendo l’asso degli Warriors ad una preoccupante mono-tematicità nelle sortite offensive di KD, ridotte ad un uso spropositato del fedaway nell’area avversaria.

Durant è quindi passato dal 10 su 21 di gara1, ad un 12 su 24 in gara2 per poi terminare con un ben più basso 6 su 19 in gara3, partita nella quale Holiday è stato spesso impiegato direttamente nella copertura sullo stesso Durant. Se le cifre complessive dal campo di KD non sembrano mostrare un vero e proprio campanello d’allarme, la situazione è decisamente opposta se si prendono in considerazione le deludenti prestazioni offerte dietro l’arco dei 3 punti (ambito in cui il giocatore non sembra riuscire ad arginare le proprie difficoltà nel corso dell’intera postseason disputata fino ad ora), in cui il perentorio 1 su 6 fatto segnare nell’ultima partita disputata (16.7%), sembra dare un seguito al 2 su 7 (28.6%) di gara2, lasciando quindi l’amaro in bocca per quell’illusorio 3 su 6 (50%) prodotto nel corso del primo atto della serie.

Davanti a queste ingombranti difficoltà, le principali bocche da fuoco dei Dubs dovranno dare fondo a tutto il proprio carisma, l’esperienza e il talento a propria disposizione per respingere la rimonta di New Orleans e riportare la serie all’Oracle Arena di Oakland, proteggendo quindi le proprie chance verso il passaggio del turno.

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