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Kevin Durant: un "lungo" alla corte di coach Steve Kerr

10.11.2017 19:49
Andando ad analizzare le varie statistiche individuali dell’attuale stagione NBA ci si può imbattere in molte sorprese positive (i punti segnati di Giannis Antetokounmpo e Kristaps Porzingis, oppure la percentuale dalla lunga distanza di Aaron Gordon tanto per citarne alcune), ma osservando bene se ne può trovare una che forse più di tutte le altre potrebbe sbalordivi. Questa statistica riguarda uno dei migliori attaccanti della Lega (se non il migliore): stiamo parlando del fenomeno dei Golden State Warriors Kevin Durant. Si potrebbe pensare (per logica, dato il soggetto di cui si parla) che le ragioni di questa sua sorprendente stagione risiedano nei punti segnati, piuttosto che nella sua percentuale dal campo, ma seppure non si trovano tutti i giorni giocatori da 25 punti di media a partita con il 50% dal campo non è questa la giusta strada. Quello in cui Kevin Durant sta davvero sorprendendo nel corso di questa stagione risiede nella difesa e, più nello specifico, nelle stoppate che sta rifilando ai suoi avversari. Nelle 11 partite sinora giocate, Kevin Durant sta viaggiando alla strabiliante media di 2.45 stoppate (27 totali), secondo assoluto nella lega (per un pelo) dietro al solo Rudy Gobert, centro titolare degli Utah Jazz e specialista assoluto nella categoria in questione (2.55 stoppate di media e un totale pari a 28). Ma cosa c’è dietro a questo strabiliante dato statistico? Si potrebbe pensare che il dato in questione sia solo frutto del relativamente misero numero di partite sinora giocate, ma va detto che in campo statistico avere un campione superiore al 13% (11 partite sulle 82 disponibili) rappresenta un ottimo punto di partenza per analizzare un dato fenomeno. Come se non bastasse, ci sono altre prove oggettive che ci portano a pensare che Kevin Durant stia evolvendo il suo gioco, diventando sempre più un giocatore interno e al tempo stesso un giocatore maggiormente votato alla difesa. Ma procediamo per gradi, d’altronde come non ricordare che Kevin Durant, pur dall’alto dei suoi 210 centimetri di altezza e pur disponendo di un’apertura alare di ben 225 centimetri, è entrato in questa lega come una vera e propria guardia tiratrice (nelle 80 partite disputate nella sua stagione da rookie tra le fila degli allora Seattle Supersonics giocò per il 93% del tempo da shooting guard). Dal suo secondo anno NBA, fino alla stagione 2015/2016 (la sua ultima in maglia Oklahoma City Thunder) ha invece ricoperto in pianta stabile il ruolo di ala piccola (per il 79% del tempo trascorso sul parquet). A cominciare dalla scorsa stagione (quella del tanto discusso passaggio tra le fila dei Golden State Warriors), sembra invece che Kevin Durant si sia a tutti gli effetti trasformato in un ala grande (la scorsa stagione ha giocato da power forward per il 55% del tempo trascorso sul parquet, dato poi confermato in queste prime uscite della nuova stagione con un’attestazione attorno al 57%). Non è un segreto che, già a partire dall’inizio della scorsa stagione, coach Steve Kerr abbia chiesto a Kevin Durant di “sacrificarsi” in un ruolo, soprattutto difensivamente parlando, più interno e sempre meno esterno, vuoi per promuovere le sue idee di gioco, vuoi per sopperire alla poca profondità nel reparto lunghi. Se pensate che al primo anno ai Golden State Warriors (la scorsa stagione per l’appunto) Kevin Durant ha chiuso con medie di 8.9 rimbalzi e 1.7 stoppate (nelle precedenti 9 stagioni aveva delle medie complessive di 6.7 rimbalzi e 1.0 stoppata) capite bene che questa intuizione/necessità si è rivelata più che vincente (ricorderete il titolo dello scorso giugno). Nelle prime uscite di questa stagione Kevin Durant sta semplicemente dimostrando di sentirsi sempre più a suo agio nel suo nuovo ruolo, un ruolo che, prima della scorsa stagione, semplicemente non aveva mai considerato con la giusta attenzione. Ragionando per dati oggettivi, le sue caratteristiche fisiche (ricorderete il dato sopracitato sull’apertura alare) e tattiche (Durant per tempi e modi è un vero fenomeno, difensivamente parlando, quando può aiutare dal lato debole) lo rendono un’arma totale, un giocatore che in attacco può segnare sulla testa di chiunque da qualsiasi posizione e che in difesa può intimidire anche il più feroce degli attaccanti avversari. Quindi da oggi, quando andrete ad elencare pregi e difetti per eleggere la vostra ala grande preferita dell’NBA, non dimenticatevi di citare Kevin Durant.

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