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The Stephen Curry Effect: un nuovo modo di giocare a basket

Simone Romani
06.03.2018 14:24
Impossibile al giorno d'oggi, non accorgersi che Stephen Curry ed i Golden State Warriors sono diventati il futuro del basket. La franchigia californiana ed il playmaker nativo di Akron, stanno completamente rivoluzionato il modo di giocare a basket.  Prendiamo ad esempio la finale di Athletic Conference della scorsa settimana che ha visto due ragazzi, Jared Bynum e Vado Morse l'uno contro l'altro. Durante il riscaldamento in vista del match, Bynum ha realizzato un canestro dai 28 piedi (8 metri e mezzo). Morse ha risposto subito centrando la retina un passo dopo il logo di metà campo. Così i due senza guardarsi negli occhi hanno continuato ad aumentare il range del proprio tiro ed i colpi dalla lunga distanza hanno continuato a smuovere la retina. Un colpo dopo l'altro. E' soltanto il riscaldamento, ma tanto basta per capire come anche a livello giovanile le cose stiano cambiando, grazie al "The Stephen Curry Effect". Da quando Stephen Curry è entrato nella lega, (settima scelta assoluta dei Golden State Warriors al Draft NBA del 2009), la sua evoluzione e stata costante ed esponenziale. I mille dubbi su quelle caviglie molto fragili, sono stati quasi subito dimenticati, grazie alla sua capacità di tirare dal perimetro come fosse un libero. E alla fine non c'è voluto molto per vedere il ragazzo in casacca #30, (ex casacca #20), prendersi in mano gli Warriors e la lega.  Ma questo non è bastato perchè Stephen Curry è diventato la "Musa" dei giovani playmaker delle high school che si ispirano al suo stile di gioco per poter realizzare un giorno il loro sogno: quello di approdare in NBA. Non è un caso infatti che i giovani giocatori di tutta l'America stiano prendendo molti più tiri da dietro l'arco. Nelle due finali vinte, delle tre giocate, Steph ha completamente distrutto i Cleveland Cavaliers a suon di tiri da dietro l'arco e dalla sua prima stagione da breakout, quella di 6 anni fa, quando fece registrare 272 triple, Steph grazie al suo modo di colpire dalla distanza ha portato a casa due MVP della regular season 2014/15 e 2015/16, stabilendo il record da tre in una singola stagione per ben tre volte, affermandosi come uno dei migliori tiratori della storia della NBA. La sua ricerca quasi ossessiva nel prendersi tiri da tre punti, ha colpito con un impatto devastante non solo gli avversari, ma anche i ragazzini che giocano a basket e che amano quello stile di gioco. Insomma il "modo di giocare" di Stephen Curry sta influenzando tutte le nuove generazioni, che non avendo possibilità di creare paragoni col passato, cercano di copiare Stephen Curry in ogni singolo movimento. Questo tirare dal perimetro, con impressionante insistenza sta dando molto da fare ai coach che, a qualsiasi livello, cercano di far capire che questa via non è l'unica percorribile.
"Non ci sono tanti giocatori che possono tirare così, ma la maggior parte dei ragazzi vuole provare. Tutti i bambini al giorno d'oggi si allenano per tirare dai 29 piedi (quasi 9 metri). Questa è una cosa divertente da fare, ma richiede tempo per insegnarlo e questo non è il momento".
- Ryan Eskow, head-coach di Georgtown Prep e di Bynum -
Ogni ragazzo oggi può tirare da 28 piedi con molta facilità. Ma un conto è crearsi l'opportunità di tirare con dei palleggi insistiti, in gergo Ball Handling, un'altro invece è tirare ad occhi chiusi fuori dal palleggio come se non ci fosse un domani. Quello che gli allenatori devono insegnare ai giovani ragazzi amanti e praticanti del basket è che il set di abilità di Curry è qualcosa a cui certamente devono aspirare, ma che allo stesso tempo il gioco del campione in maglia numero 30 è basato sui fondamentali e che senza di quelli non si va da nessuna parte, altrimenti si rischia di bloccare o limitare la crescita e lo sviluppo di un giocatore fino ad intralciare la chimica di squadra. Questo non vuol dire che i ragazzi si debbano privare di questi tiri, perchè volente o nolente fanno parte della loro maturazione cestistica, come Steve Nash, Reggie Miller o Ray Allen hanno fatto parte di quella di Stephen Curry.
"Penso che gli allenatori debbano espandere il modo in cui allenano. Se non lo fanno rimarranno indietro. Se i tuoi ragazzi vogliono giocare in un certo modo, come i loro idoli, come Stephen Curry o qualcun'altro, bisogna accontentarli per permettergli di poter diventare il giocatore che vogliono essere".
- Steve Turner, head-coach del college di Gonzaga a Washington -
In conclusione, nessuno può sentirsi in dovere di dire che lo Steph Effect sia un male. Come il basket e il modo di allenare è cambiato, anche la mentalità deve cambiare. Magari quel ragazzo che oggi tira con insistenza, un giorno sarà il prossimo MVP. Alla fine è solamente una questione di tempismo in entrambi i casi.

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