Oklahoma City Thunder

Oklahoma City Thunder: che sia forse ora di aver paura?

Francesca Bellizzi
13.11.2017 07:54
Che sia scoccata l’ora della paura in quel di Oklahoma City? Certo, il timore non è mai stato il marchio di fabbrica di casa Thunder. Ma all’indomani di un inizio tutt'altro che roseo e promettente per la corazzata di coach Donovan, la domanda non può che sorgere spontanea: questione di sconfitte o di mentalità? Le vere risposte, si sa, non sono mai fatte di parole, specialmente quando si ha a che fare con la palla a spicchi. Ma a volersi appellare unicamente ai fatti ci sarebbe ben poco da sperare, per i tifosi di Oklahoma: e la disfatta rimediata mercoledì 8 novembre contro i Sacramento Kings ne è la prova. A dispetto di quanto i 94 punti messi a referto dagli avversari possano indurre a pensare, al termine del primo quarto Russell Westbrook e compagni rientravano in panchina con 25 punti, contro i 10 intascati dai Kings. Un parziale tutt’altro che sorprendente, considerando il fatto che la squadra di coach Joerger, reduce da sette sconfitte consecutive, non sia di certo la franchigia più irresistibile della Lega: ma tant’è, il magico mondo della NBA ci ha abituati praticamente a tutto. E il punteggio finale parla da sé. È in momenti come questi, dopo partite come questa, che ci si aspetterebbe di vedere ogni certezza vacillare: primo sentore di crisi nell’aria? A rispondere ci ha pensato Russell Westbrook, che di peli sulla lingua non ne ha mai avuti troppi. Fermo nell’intento di consolidare il ruolo di leader, anche in quest’occasione la stella dei Thunder ha messo in campo la sua miglior dote: l’imprevedibilità. E sentendo puzza di crisi, non ha esitato a mettere ogni dubbio a tacere:
“Non sono preoccupato, anzi! Preferisco di gran lunga serate come questa, che hanno l’effetto immediato di farci sentire più uniti, vicini e coesi. In una parola: fratelli. Mi sento incoraggiato dal gruppo che abbiamo costruito e sono sicuro che riuscirò a migliorare. Come ho già detto, mi assumo la piena responsabilità del nostro gioco e migliorerò. Noi tutti miglioreremo, è questo il motivo per cui non sono preoccupato”.
Che le parole di Westbrook siano solo un (maldestro) tentativo di placare i bollenti spiriti? Forse. Quel che è certo, è che non bastano. Come non basta la vittoria riportata sabato sera contro i Clippers e quella di questa notte contro Dallas. Non quando l’acquisto di giocatori del calibro di Paul George e Carmelo Anthony imporrebbe ben altro tipo di obiettivi. Ad essere messo in discussione non è tanto il nuovo assetto della squadra, quanto, piuttosto, i risultati (deludenti) che ne derivano. Certo, che in tempi di rivoluzione si abbia a che fare anche e soprattutto con momenti di transizione, è cosa più che lecita: c’è da chiedersi, però, fino a che punto si possa parlare di “fase transitoria” e non di “giustificazioni”. Per intenderci, basterà dare un’occhiata alle statistiche del tracollo di mercoledì sera: il trio Westbrook-George-Anthony ha mancato 39 dei 54 tiri tentati contro la difesa dei Kings, la terza peggiore della Lega. Un dato, questo, dal peso specifico quasi irrilevante, considerando i 32 punti messi a referto dai Thunder tra secondo e terzo quarto. Troppo egocentrismo in prima linea o meccanismi di squadra ancora arrugginiti?
“Dobbiamo assolutamente cercare di creare più movimento per migliorare il nostro gioco e renderlo meno statico.  A questo punto della stagione dobbiamo entrare nell’ordine di idee che la maggior parte delle squadre scenderà in campo con estrema tranquillità perché dall’altra parte ci siamo noi: ci sono i Thunder. Siamo una squadra che ha tutti i presupposti per vincere, è per questo che c’è molta meno pressione sulle spalle dei nostri avversari. Certo, abbiamo un anno intero per cercare di sistemare le cose, non possiamo pretendere di avere tutto e subito. Il miglioramento dovrà verificarsi passo dopo passo, giorno dopo giorno, partita dopo partita, finché non riusciremo a sintonizzarci tutti sulle stesse frequenze. Fa male perdere tante partite in questo modo, ma di certo quello che avete visto finora non è il nostro miglior basket”.
- Paul George -
Insomma, che le responsabilità non debbano più gravare sulle spalle dei singoli, Westbrook in primis, che pure nel match contro i Kings ha fatto registrare statistiche tutt’altro che positive, con 7 tiri su 21 messi a bersaglio e 7 palle perse, è un dato di fatto. Le cose sono cambiate e sarà meglio prenderne atto alla svelta. Basti pensare soltanto al fatto che, appena un anno fa, la difesa dei Thunder era tra le cinque più efficienti della Lega. Un dato, tutt’altro che trascurabile perché diretto responsabile delle cifre astronomiche messe a referto da Westbrook, libero di scatenarsi e di vincere partite su partite praticamente da solo. Ma non è tutto: il gioco della squadra di coach Donovan sembra aver perso ritmo e fluidità anche sul versante offensivo, nonostante il fatto che l'aggiunta di Anthony e George fosse stata pensata proprio per riequilibrare i ruoli in campo: valga su tutti l’esempio di Andre Roberson, finalmente libero di giocare nella sua miglior posizione, con Patrick Patterson pronto ad essere impiegato da 4 e Steven Adams ben saldo nel pitturato. In altre parole, quella che sulla carta sembrava essere l’equazione perfetta ha finito con il trasformarsi in un quesito ancora insoluto: al momento, i Thunder sono ben lontani dall’essere la squadra che era stata prospettata ad Oklahoma City in fase di costruzione. Le stelle faticano a trovare la giusta quadratura del cerchio, le gerarchie sono ancora da consolidarsi, così come la chimica. Ma il potenziale c’è e il tempo anche. Rimangono ancora 71 incontri da disputare: ai posteri, e al parquet, l’ardua sentenza.

Commenti

La grande fuga (ad ovest)
#INFERMERIA: Utah trattiene il fiato, infortunio per Rudy Gobert!