Timeout

TIMEOUT | Kawhi Leonard: un silenzio che racconta tutto

Il racconto della tragedia che cambierà la vita di un ragazzo troppo forte per farsi abbattere.

Alberto Pacini
17.04.2018 15:53

San Antonio, 15 giugno 2014.

La serie finale per il titolo NBA tra San Antonio Spurs e Miami Heat sta regalando emozioni forti con partite molto combattute tra due eccellenti squadre. Piuttosto a sorpresa, la situazione che si propone una volta arrivati a gara 5, vede la banda di coach Pop nettamente in vantaggio, avanti per 3-1 e con la possibilità di festeggiare il titolo difronte ai suoi tifosi.

Quando il match inizia però, LeBron e compagni mostrano tutta la loro voglia di infilarsi l'anello al dito e, con un primo quarto spaziale, portano il punteggio in loro favore con un nettissimo parziale di 22-9. In quel momento complicato, qualcosa scatta nella testa dei texani che, guidati ancora una volta da un Kawhi Leonard superlativo, iniziano una rimonta che solo qualche attimo prima sembrava impossibile.

Nella terza frazione di gara, quando il numero 2 prende un rimbalzo in difesa e si fa tutto il campo per poi scaricare per una tripla facile facile a Ginobili, lo scarto arriva a toccare i 21 punti in favore degli Spurs. Per coach Spoelstra tutto questo è troppo, e dopo un gesto di stizza con le braccia al cielo, chiama TIMEOUT!

Quel timeout non lo chiama, lo urla. Il povero Erik è furioso e la sua ira si sta per abbattere sui suoi giocatori in mezzo alle urla dell'AT&T Center che, al contrario, è in fibrillazione. Sull'altra panchina ovviamente il clima è opposto, c'è solo un ragazzo che sembra non provare emozioni, sembra spento, assente, quasi disinteressato. Il nome del ragazzo è Kawhi, il cognome Leonard e sulla canotta c'è il numero 2.

Non è disinteressato, anzi forse tra i presenti è quello a cui quella partita preme di più. Non è neanche annoiato, non è assente, non è niente di tutto ciò, lui è solamente Kawhi Leonard. Che piaccia o no, lui è così, senza emozioni, senza sorrisi e senza troppe chiacchiere.

Per capire il perchè di questo suo modo di fare schivo e introverso, è necessario partire da molto lontano, precisamente dall'inizio, quando nasce a Los Angeles, California. La madre Kim ed il padre Mark sono due normalissimi genitori: lei che si occupa dei cinque figli a casa e lui invece che porta avanti l'aspetto economico con il suo lavoretto tranquillo in un autolavaggio di sua proprietà a Compton. Il piccolo Kawhi è l'ultimo arrivato della famiglia Leonard e, in quanto tale, è coccolato amorevolmente non solo dai genitori, ma anche dalle sue quattro sorelle maggiori.

Papà Mark lo indirizza verso il football fin da piccolo, in quanto crede che sia lo sport migliore per fortificare il fisico del figlio. La scelta non si rivela poi così sbagliata, infatti col passare degli anni Kawhi si dimostra essere un ottimo giocatore, in primis grazie alle sue eccellenti doti atletiche, ma anche grazie ad un'innata percezione nel leggere le trame offensive avversarie diversi tempi di gioco prima degli altri, il che lo rende un difensore straordinario.

Durante il suo sophomore year, ovvero il secondo anno, all'high school, sarà ora per Kawhi di lasciare la palla ovale e abbracciare invece quella tonda a spicchi. Il ragazzo era diventato troppo alto per giocare a football e, con il suo stesso consenso, la scuola aveva optato per provare a sfruttare il suo fisico da atleta nel basket. Mai scelta si rivelò più azzeccata.

Papà Mark in realtà non la prese granchè bene, in quanto per lui suo figlio doveva continuare la strada ormai intrapresa, ma soprattutto diciamo che per Mark la pallacanestro non fosse lo sport preferito, per usare un eufemismo. Non avere l'appoggio del padre in questa scelta fu un duro colpo anche per Kawhi, il quale lo aveva da sempre visto come figura fondamentale al suo fianco, in ogni decisione. I due infatti sono molto vicini, il loro è molto di più anche di un rapporto padre-figlio, anche perchè passano gran parte della giornata insieme all'autolavaggio, dove Kawhi andava quotidianamente ad aiutare il padre.

Tornando sul campo, le prime impressioni danno ragione al buon Mark, in quanto gli allenamenti di Leonard consistono principalmente in prolungate sessioni di maltrattamento dei poveri canestri della palestra. Non si poteva certo chiedere di più ad uno che non aveva mai preso una palla in mano prima di quel momento, perciò gli viene dato tempo.

Tra lo scetticismo generale infatti, il ragazzo migliora a vista d'occhio in pochissime settimane, mostrando un'ottima fase offensiva su cui lavorare, ma soprattutto un'eccellente capacità difensiva. Anche il padre, inizialmente molto dubbioso, inizia a rendersi conto dell'immenso talento del figlio.

Quando però tutto sembra andare per il meglio, arriva il momento per Kawhi di affrontare il periodo peggiore della sua vita, che lo segnerà per sempre. E' il tardo pomeriggio di una tranquilla giornata a Compton, quando papà Mark, che stava sistemando gli ultimi attrezzi per chiudere l'autolavaggio, viene centrato da un colpo di pistola. Il proiettile è fatale. La sconvolgente notizia arriverà al figlio tramite una chiamata al telefono della sorella.

"Mi insospettii subito perchè lei non mi chiamava mai a quell'ora. Quando mi disse che era morto, sentii come se il mondo si fosse fermato. Non volevo crederci, semplicemente non mi sembrava vero"

Il castello che Leonard si era costruito fino a quel momento, era stato frantumato in un attimo. Quel ragazzo introverso che prima trovava nel padre un posto sicuro per aprirsi, adesso è sostanzialmente autistico. Non parla con nessuno, non sorride mai. L'omicidio è avvolto da un grande alone di mistero: non si saprà mai chi premette il grilletto né il perchè lo fece.

"Non so davvero nulla di quella sera. So solo che qualcuno arrivò e gli sparò, ed è davvero meglio che non sappia chi è"

Questa tragedia si è abbattuta sulla vita di Kawhi con una tale prepotenza da rendere la madre veramente preoccupata. Kim sa bene che, per un ragazzo col suo carattere, perdere una figura così importante può portarlo a rovinare la sua stessa vita tra alcool e droghe, fino ad arrivare all'autolesionismo. Il suo ragazzotto però non fece altro che chiudersi in se stesso e lavorare come un matto per diventare ciò che avrebbe reso tanto fiero suo papà, ovvero una superstar NBA.

Niente stupefacenti quindi, solamente tanto, tanto dolore tenuto dentro ed espresso solamente sul campo con (ma soprattutto senza) la palla in mano. La sua storia è quindi quella di un ragazzo che ha superato, in un modo tutto suo, una tragedia devastante piombatagli addosso senza preavviso.

E' il classico esempio di come giudicare un libro solamente dalla sua copertina sia uno degli errori più banali che possiamo commettere, in quanto spesso anche solo scavando un po' più a fondo, si possono conoscere aspetti fondamentali del passato che prima ignoravamo.

Vederlo vincere un titolo NBA sarebbe stato un sogno per suo padre, e Kawhi esce da quel timeout molto più che deciso a mettere le mani sull'anello. A fine partita, grazie alla sua prestazione da 22 punti e 10 rimbalzi, San Antonio sarà campione ed a Leonard verrà inoltre consegnato anche il titolo di MVP delle finali. Il destino ha voluto che tutto questo avvenisse nel giorno della festa del papà, il che rende il tutto ancora più magico, quasi come fosse una di quelle favole che si raccontano ai bambini. Il degno lietofine alla storia di un ragazzo che ha risposto con tenacia a tutte le difficoltà della propria vita. Happy father's day Kawhi!

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