Portland Trail Blazers

I motivi del successo dei Portland Trail Blazers

Rispetto alla passata stagione il roster della franchigia è rimasto pressoché invariato: quali sono le vere chiavi del successo di Portland?

Riccardo Poletto
02.04.2018 10:22

Regular season 2017/2018: la stagione dei Rockets, che hanno spodestato i Golden State Warriors dal primo posto della classifica, la stagione della rinascita dei Toronto Raptors, ma soprattutto la stagione dei Portland Trail Blazers. La squadra di coach Stotts durante questa annata di NBA è riuscita ad uscire dal limbo della lega, ossia dalle posizioni comprese tra gli ultimi e i primi posti.

I Trail Blazers hanno agguantato la terza posizione ad ovest, dietro solamente alle due migliori squadre della lega, e con un vantaggio considerevole da San Antonio e Oklahoma City in quarta e quinta posizione. Questa situazione è abbastanza sorprendente se ci basiamo su quanto abbiamo visto gli scorsi anni, in cui nonostante il talento la squadra non aveva mai raggiunto dei traguardi simili.

Ma dato che il roster è rimasto praticamente invariato, la domanda sorge spontanea: quali sono le chiavi del successo di Portland in questa stagione?

La prima nota positiva che attira l'attenzione guardando una partita dei Blazers è certamente Damian Lillard: il nativo di Oakland sta rivelando una maturità mai vista prima e, finalmente, si sta dimostrando un affidabile uomo-franchigia.

Lillard ha superato McCollum nelle gerarchie della squadra ed è diventato il principale terminale offensivo, mettendo a segno una media di 26.6 punti a partita. I canestri non sono una novità per Dame Dolla, che già aveva una media punti da All-Star nelle scorse stagioni. Sono i 6.5 assist a partita il fattore nuovo: l'attacco è più ordinato e i tiri sono meglio distribuiti, con il conseguente miglioramento dell'attacco. Certo, Portland non ha mai smesso di giocare i soliti isolamenti, ma questo nuovo gioco (decisamente più corale) sta favorendo la crescita della second unit. Oltre alla fase offensiva, poi, è decisamente cresciuto il livello difensivo del playmaker, che si è mostrato capace di dare del filo da torcere ad attaccanti come Curry e Harden.

Un altro giocatore che ha decisamente alzato l'asticella quest'anno è CJ McCollum, che ha dimostrato di poter essere pericoloso con e senza la palla in mano, caratteristica che lo rende un giocatore perfetto per portare punti in qualsiasi tipo di quintetto e contro qualsiasi difensore. McCollum ha accettato il suo ruolo di secondo violino, sacrificando una minima parte del proprio talento per la squadra, ma rimanendo un'alternativa più che valida quando si tratta di prendere un tiro pesante e metterlo a segno (21.7 ppg). La shooting guard in forza a Portland è un giocatore intelligente e versatile, essenziale in una squadra che vuole arrivare a competere ai massimi livelli.

Per quanto siano migliorati, McCollum e Lillard sono più delle conferme che delle novità. La vera arma in più di Portland porta il nome di Jusuf Nurkic. Già l'anno scorso il lungo aveva fatto intravedere delle buone cose, ma non ha potuto mettersi in mostra nella postseason per un infortunio. Quest'anno, invece, Nurkic pare aver raggiunto una continuità fisica che gli sta permettendo di far uscire tutto il suo potenziale.

L'utilità di Nurkic consiste nel dare un'alternativa al gioco esterno dei Blazers. Le difese avversarie, negli scorsi anni, riuscivano ad arginare l'attacco di Portland perché molto prevedibile, data l'assenza di un giocatore forte e tecnico nel pitturato. Come terzo violino, il bosniaco sfrutta gli spazi lasciati dalla difesa in mezzo all'area, dato che l'attenzione si focalizza nella maggior parte dei casi nel gioco delle due guardie e l'area è spesso libera. Nurkic è arrivato in questo modo a mettere a segno una media di 14.3 punti per partita aggiungendoci 8.7 rimbalzi.

Tutto questo, però, non sarebbe sufficiente se insieme non gli si accompagnasse una risoluzione che vada ad operare sulle radici del sistema di gioco della squadra. Riguardo a questo, ESPN ha cercato di capire quale fosse stato il vero cambiamento apportato dal coach al modo di giocare dei Blazers. I media americani hanno rivelato che Stotts, durante questa stagione, ha dimostrato un'attenzione maniacale per i dettagli: il coach. insieme ai suoi collaboratori, ha infatti studiato il gioco della propria squadra confrontandolo con quello delle altre, focalizzandosi sulle proprie mancanze.

Per Cleaning the Glass a gennaio il 27.5% dei tiri dei Blazers erano da 3 punti, con una discreta percentuale del 37%. Viste le cifre, in un meeting di squadra Stotts ha voluto condividere le proprie idee con i giocatori:

"Tiriamo bene da 3, ma non tiriamo abbastanza. Iniziamo a prenderci più tiri"

Di tutta risposta, Portland ha decisamente alzato i tentativi, dato che ora un tiro ogni tre è preso da fuori dall'arco con un ottimo 38%. Che siano tiri dagli scarichi o che siano tiri di Lillard in un pick-and-roll, funzionano. E piuttosto bene. Operando così sul proprio meccanismo, e non solamente cercando di tappare i buchi, i Blazers sono riusciti a costruire una filosofia molto più producente.

Tutto quello che possiamo (e dobbiamo) fare è assistere al grandioso momento che sta vivendo la franchigia, rinata dopo la mediocrità degli scorsi anni. Il gioco, oltre che essere piacevole come al solito, è anche diventato efficiente e affidabile nel lungo periodo. La buona annata della squadra ha anche portato Damian Lillard alla sua prima chiamata all'All-Star Game, tanto agoniata l'anno scorso quanto meritata quest'anno. Tutti quanti ci auguriamo che la squadra possa ancora crescere; tutti tranne i tifosi Warriors e Rockets, che vedono l'ombra dei Blazers farsi sempre più grande alle loro spalle in vista della fase finale della stagione: insomma non sembra un'opzione possibile quella per cui quest'anno Lillard & Co. potrebbero essere spazzati via in 4 gare come l'anno scorso.

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