Golden State Warriors

Golden State torna a dominare la Lega, tra un presente solido e un futuro incerto

Al momento la macchina costruita da Steve Kerr non sembra voler placare il proprio dominio tattico. La dirigenza dei Warriors riuscirà a mantenerla intatta?

Gabriele Scaglione
19.10.2018 16:31

 

Mercoledì scorso, dopo 4 mesi esatti d'assenza, la NBA è tornata ad infiammare i palazzetti d'oltreoceano. Nella Opening Night che ha inaugurato la stagione 2018-2019 (la 72esima nella storia della Lega) gli occhi di tutto il mondo erano puntati sulla Oracle Arena di Auckland, dove i campioni in carica dei Golden State Warriors ospitavano gli Oklahoma City Thunder.

 

Dopo la tradizionale cerimonia di consegna degli anelli (della cui particolarità si è già ampiamente parlato) che ha fatto da antipasto al match, le due squadre hanno dato vita ad una gara tiratissima che ancora una volta ha visto la squadra della Baia prevalere; trascinati da un super Stephen Curry da 32 punti, 9 assist e 8 rimbalzi, i Warriors si sono imposti con il punteggio di 108-100.

 

Al di là di un brevissimo passaggio a vuoto che ha favorito la momentanea rimonta di OKC in apertura di terzo quarto, Golden State è parsa per gran parte dell'incontro un gradino sopra all'avversario. Un avversario che, bisogna dirlo, era orfano del proprio leader offensivo Russell Westbrook e il suo rimpiazzo, Dennis Schroder, è stato sì autore di un'ottima prova ma non è sembrato ancora perfettamente inserito nei meccanismi di gioco dei Thunder.

 

Inoltre eravamo solamente alla prima di 82 (più Playoffs) partite e perciò dare una valutazione complessiva di questi Warriors è ancora difficile. Basandoci su ciò che abbiamo visto in questi primi 48 minuti della stagione, però, qualche considerazione possiamo già farla. A cominciare dalle soluzioni offensive che la squadra di coach Steve Kerr ha adottato per sbrigare la pratica OKC.

 

 

Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, Golden State ha trovato nei tiri da sotto e dalla media distanza le chiavi di una partita in cui è stata un po' spenta dall'arco (poco meno del 27% da tre). La scarsa vena realizzativa dei cecchini della Baia, però, non c'entra nulla con questa variazione tattica; i Warriors, infatti, hanno provato fin da subito ad avvicinarsi maggiormente al canestro avversario, dimostrando di essere una squadra in grado di rinnovare continuamente il proprio gioco.

 

Da sottolineare, poi, è l'ottima prestazione di un reparto lunghi completamente rinnovato dopo le partenze di Zaza Pachulia e JaVale McGee. I giovani Damian Jones (career high da 12 punti) e Kevon Looney (doppia doppia da 10 punti e altrettanti rimbalzi) non solo non hanno sfigurato ma hanno addirittura stravinto il duello con il loro diretto avversario, il veterano di Oklahoma Steven Adams. E sarebbe interessante capire anche cosa pensa DeMarcus Cousins di questi due ragazzini.

 

L'ex Pelicans, che non dovrebbe tornare prima del 2019, probabilmente non si aspettava di trovare una concorrenza interna così spietata nel suo ruolo. E se Looney e Jones dovessero continuare così, per Steve Kerr potrebbe diventare addirittura difficile reinserire Cousins in quintetto senza sconvolgere un equilibrio tattico che al momento sembra pressoché perfetto.

 

 

Perfetto come la macchina da punti che il coach degli Warriors ha saputo sapientemente costruire in questi 4 anni alla guida della squadra. E la dirigenza di Golden State dovrà essere brava a mantenerla intatta questa macchina. Klay Thompson, ad esempio, è in scadenza di contratto e ha già fatto sapere che non farà sconti al front office. Per ora i tifosi della Dub Nation non vogliono pensarci; vogliono solo continuare a godersi la squadra più forte dell'ultimo decennio: la loro.

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