Oklahoma City Thunder

Russell Westbrook, un cuore colmo di rabbia non può vincere!

Ancora una volta, la spiccata tendenza di Mr. Triple Double nell’oltrepassare la soglia della competitività agonistica condanna i Thunder ad un gravoso mea culpa.

Antonello Brindisi
28.04.2018 20:05

All’indomani della profonda debacle di Sal Lake City, il prossimo futuro dell’ambiziosa Oklahoma City sembra aver perso la propria spinta emotiva, fortemente condizionato dall’eccessiva foga agonistica del proprio uomo-franchigia, Russell Westbrook. Il numero zero di OKC non è riuscito ad opporsi al travolgente entusiasmo degli Utah Jazz, mostrando ancora una volta quei limiti caratteriali che hanno spesso caratterizzato negativamente le prestazioni degli uomini di Billy Donovan nel corso delle ultime postseason. A prescindere dalle proprie statistiche, la stella dei Thunder sembra eccessivamente incline ad un forzato protagonismo sul parquet, caratteristica che spesso sfocia in una pericolosa rabbia sportiva, ponendo così un forte limite nell’approccio dei propri compagni.

Russell Westbrook tende infatti a monopolizzare il confronto con i proprio avversari quando si trova coinvolto eccessivamente nell’empatia di un testa a testa, sostituendo la consueta competitività sul parquet ad una vera e propria battaglia personale. Un Io contro Tutti deleterio per le sorti della propria squadra, condizionata emotivamente e tatticamente dallo spropositato fervore caratteriale del proprio leader. Non è un caso quindi che anche delle All-Star come Paul George e Carmelo Anthony non sono mai riuscite a portare quella continuità di rendimento che era stata ampiamente preventivata dal G.M. Sam Presti nel corso della preseason.

Certo, il 5 su 23 fatto segnare dalla coppia PG13-Melo (2-16 per il primo, 3-7 per il secondo) nel corso della notte sembra perfettamente conforme alla ricerca del colpevole tra le fila di OKC, rispondendo dunque all’inspiegabile fallimento di un progetto che, solo qualche mese prima, sembrava destinato a rappresentare una solida Contender nella lotta al titolo NBA.

L’eliminazione subita da Oklahoma City nel corso del 1° turno dei Playoffs 2018 (Utah si è imposta per 4 a 2 nella serie) è infatti solo l’estrema conseguenza di un roster piegato dall’eccessivo carico di responsabilità. Quel senso del dovere che Russell Westbrook ha costantemente sorretto sulle proprie spalle, personificando un obbiettivo comune come una sorta di duello d’onore. Il risultato di quest’azione impulsiva sono quelle parole e soprattutto quei gesti di estrema tensione e inspiegabile violenza, sfociati ancora una volta con dei litigi che esulano dal contesto della partita. Cosi quel faccia a faccia con un drappello di tifosi di Utah, accusati di essere oltremodo offensivi e provocatori, si aggiunge alla già lunga lista di diatribe extra-cestistiche del numero 0 (prima fra tutte, la discussione intavolata con i media sulla famosa etichetta di solo Stab Player).

Eppure quella fastidiosa effige da giocatore individualista continua a riproporsi ciclicamente nella carriera di Westbrook, nel bene e nel male che tutto ciò comporta. Il quesito principale per OKC è quindi capire se, a lungo andare, questo atteggiamento possa creare un progetto vincente o meno. Purtroppo per coach Billy Donovan, la risposta al momento non lascia scampo ad un bagliore di speranza, cinicamente sottolineata sul parquet dal recente 18 su 43 prodotto dal proprio leader al termine di gara6. Quei 46 punti fatti segnare nel corso della partita impallidiscono dunque davanti al forzatissimo 41.9% di realizzazione dal campo, condito da un assurdo 7 su 19 dall’arco dei 3pt (36.8%). Probabilmente è necessario capire la vera natura di queste statistiche, per valutare l’effettivo impatto sulla partita di Mr. Triple Double.

Fermo restando che l’eccessiva centralità di Russell Westbrook spesso condiziona il ritmo partita dei propri comprimari (Paul George su tutti), la chiave di volta nella partita del playmaker di OKC è spesso legata a Steven Adams. Il pivot neozelandese rappresenta infatti l’alleato più congeniale all’andamento dell’ex talento di UCLA, rappresentando contemporaneamente il principale terminale offensivo nelle assistenze del ventinovenne da Long Beach e sopratutto, la fonte primaria nella produzione di Second Chance Points.

Considerando il pieno potenziale del supporting cast a propria disposizione, le cifre statistiche raccolte da Russell Westbrook appaino del tutto inefficaci nelle fortune di Oklahoma City. Soprattutto se si tiene conto dell’ultima partita giocata contro i Jazz dove, seppur con merito del brillante coach Quin Snyder, il campione dei Thunder non è riuscito a girare a proprio favore un evidente miss-match . L’infortunio di Ricky Rubio sembrava infatti poter piegare la determinazione e l’equilibrio di Utah, costretta a schierare un inedito Joe Ingles nel ruolo di point-guard per arginare la pesante defezione. Un vantaggio totalmente sprecato da Mr. Triple Double che anzi, è rimasto imbrigliato nell’arcigna difesa nell’uno contro uno offerta dal proprio avversario, con la conseguente intermittenza offensiva.

Legatosi indissolubilmente, con un faraonico contratto, al futuro di Oklahoma, Russell Westbrook dovrà ora rivalutare il proprio impatto emotivo nella prossima stagione, così da proporre finalmente quella maturità cestisitca che al momento appare come il più grande e determinante tallone d’achille nella carriera dell’orgogliosa point-guard. A fronte della seconda regual season conclusa consecutivamente con una tripla doppia di media (25.4 ppg, 10.1 rpg, 10.3 apg le cifre fatte segnare nel 2017/18 dopo i 31.6 ppg, 10.7 rpg e 10.4 apg del 2016/17), l’apporto complessivo del MVP 2017 appare dunque come un inspiegabile paradosso. Non sono certo le cifre messe insieme da Westbrook a frenare l’ascesa dei Thunder quanto la spasmodica ricerca del giocatore nell’erigersi ad unico salvatore della patria.

Una propensione mentale che toglie lucidità alla prestazione sul parquet del singolo e limita coercitivamente l’equilibrio dello starting-five di OKC. Il continuo sentore nel rappresentare ad ogni costo il nemico pubblico numero uno porta infatti Russell Westbrook ad isolare il proprio orgoglio dal connubio cestistico con i propri compagni di squadra, rappresentando di fatto un marcato limite nell’evoluzione dell’intero gioco dei Thunder in tutti i suoi elementi, compreso dunque anche Mr. Triple Double.

 

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