Milwaukee Bucks

Il lato oscuro di Milwaukee: ecco tutta la verità sull’esonero di Jason Kidd!

L’ex head coach dei Bucks torna a parlare per la prima volta dopo l’esonero del 22 gennaio, rivelando con estrema calma e lucidità, tutti i retroscena dell’enigmatica esperienza vissuta sulla panchina di Milwaukee

Antonello Brindisi
29.03.2018 22:31

Per quanto possa apparire privilegiata e confortevole una carriera professionistica in NBA, che sia nelle vesti di un giocatore o di un allenatore, il lungo cammino verso la gloria cestistica riserba comunque un cospicua serie di sacrifici personali e scottanti delusioni nei confronti dei propri protagonisti, effettuando così un’efferata selezione naturale. Abbeverarsi dalla sacra fonte del successo senza aver assaporato prima l’amaro sapore del fallimento è un fatto piuttosto raro nella storia della pallacanestro americana. Lo sa bene Jason Kidd, protagonista di prim’ordine nel bene e nel male di entrambe le facce di questa insidiosa moneta di Giano, lanciata senza paura tanto da point guard quanto da head coach.

Visibilmente guarito dallo stress psico-somatico delle notevoli responsabilità lavorative, Jason Kidd ha illustrato i propri piani per il futuro, mostrando la prevedibile felicità dovuta alla vita quotidiana vissuta in famiglia, senza nascondere però il forte desiderio di un imminente ritorno su una panchina NBA.

“Per raggiungere il massimo risultato in NBA serve un grande sacrifico e una spropositata devozione professionale. Fino al termine di gennaio, è stata la mia famiglia a pagare le maggiori conseguenze delle mie scelte, ora sono contento di poterli ripagare con la mia presenza in famiglia. Posso veder crescere i miei figli e passare molto tempo con loro. Devo dirti che mia madre è molto contenta di vedermi a casa... non vuole lasciarmi andare per il momento!

Per ora voglio godermi questa pace, è la prima volta nella mia vita che interrompo per così tanto tempo i contatti con il parquet, quando mi sono ritirato ho cominciato subito ad allenare, non avevo mai provato questa tranquillità. Dormo la notte e non soffro più di emicrania, un ottimo risultato! Nonostante questi benefici non illudetevi, presto tornerò ad allenare una squadra. La mia carriera da head coach è solo agli albori del proprio cammino”.

Nel corso della recente intervista, il quarantacinquenne americano ha speso gran parte del tempo a propria disposizione per chiarire i motivi del proprio esonero, svelando così i retroscena sulla sorprendente decisione presa dalla dirigenza dei Bucks, pronta ad esonerare Kidd ufficialmente per via del mancato raggiungimento di un record stagionale valido per l’accesso nella top4 della Eastern Conferenze. In altre parole, mancanza di risultati. A questa prima motivazione ufficiale, si sono successivamente allineate delle critiche anonime rilasciate da un membro dello staff di Milwaukee ai media americani:

Amo allenare ma sono anche consapevole di quanto sia difficile. La lezione più grande che ho imparato fino ad ora in questo nuovo percorso è che bisogna avere molta pazienza. Probabilmente la peculiarità che è mancata alla dirigenza dei Bucks. Mi hanno sollevato dall’incarico perché a loro giudizio stavamo producendo un risultato simile all’anno scorso, mentre le aspettative erano maggiori. Bisogna avere pazienza per perseguire i propri obiettivi! Milwaukee possiede un gruppo giovane e talentuoso che con pazienza e soprattutto con il lavoro costante può progredire rapidamente in vista delle prossime stagioni.

Questa è la motivazione che mi è stata comunicata, so che esistono altre versioni ma non mi importa. Come ho già detto per perseguire i propri obiettivi in NBA è necessario il sudore e la sofferenza. Sono cresciuto molto dalla mia prima esperienza a Brooklyn ed ho capito che ora non dipende solo da me. Da giocatore è più facie emergere, sono sempre sceso sul parquet con la consapevolezza che potevo zittire le critiche da solo ma da allenatore è diverso, è necessario coltivare un unità di intenti”.

Come detto in precedenza, la dirigenza dei Bucks aveva programmato una regular season da 50 vittorie (risultando così una più che probabile testa di serie del tabellone dei PO), salvo poi dover rettificare a gennaio le proprie aspettative davanti ad un record parziale di 23 vittorie e 22 sconfitte (con conseguente esonero di Kidd). Dopo aver concluso la prima stagione con un record in pari (41- 41) valido per i Playoffs del 2015 sotto la gestione di Jason Kidd, i Bucks mancarono la propria consacrazione l’anno seguente (33-49), salvo poi riscattarsi nel 2017 (42-40).

Il mancato progresso sulla tabella di marcia annuale sembra quindi apparire come la principale spada di Damocle nella condanna a Kidd, una sentenza probabilmente non del tutto giustificata. Dal cambio allenatore infatti, Milwaukee ha fatturato un record di 16 vittorie e 13 sconfitte, alimentando così i dubbi sulla scelta fatta dalla realtà del Wisconsin. In realtà secondo degli esponenti nello staff dei cervi, Jason Kidd ha pagato quel prezzo a causa della propria mentalità da head coach, giudicata spesso troppo intransigente, punitiva ed old-school:

“Jason chiedeva troppo al suo gruppo. Pretendeva una leadership ed una maturità non consona ad un roster così giovane e alla fine, i rapporti si sono indeboliti. Applicava una serietà eccessiva, trasmettendo ancora maggiore pressione sulle spalle dei propri ragazzi. I giocatori erano costantemente sottoposti a degli allenamenti logoranti senza possibilità di dialogo. Kidd è convinto di allenatore, di poter applicare quella mentalità da sangue e sudore propria della old school. I giocatori hanno perso progressivamente tutta la fiducia riposta in lui, generando di conseguenza l’esonero.

Ricordo in particolar modo quegli assurdi allenamenti dopo un back-to-back, tra l’altro assolutamente vietati dal regolamento NBA. La sua mentalità da sergente di ferro ha logorato prima il fisico e dopo l’entusiasmo dei propri uomini. Il backcourt in particolar modo era messo sotto rigida sorveglianza, costantemente comparato alla storia da giocatore di Kidd. Un’usanza piuttosto aggressiva che non giovava certo al morale del roster. A questo difficile atteggiamento dobbiamo sommare una forte propensione ad innamorarsi presto di un profilo cestistico salvo poi screditarlo a lungo termine. 

Anche in questo caso il suo bersaglio principale erano le point-guard. Ricordate quanto successo con Michael-Carter Willams? Kidd si impose nello scambio con Brandon Knight salvo poi scartare Williams pochi giorni dopo. Non esisteva armonia, solo una cinica ossessione verso la vittoria. Il suo modo di guidare la squadra non premia la crescita dei giovani, può essere utile invece alla guida di uno starting-five più esperto”.

Davanti alle pesanti accuse mosse dalla dirigenza dei Bucks, Jason Kidd mostra tutto il suo orgoglio e la sua carica agonistica, rigettando le critiche mosse da Milwaukee ed erigendo al contempo il proprio credo cestistico, rimasto intaccato dalle recenti delusioni:

“Dicono che avevo perso il controllo dello spogliatoio? E’ falso! Non importa quanti sorrisi concedi durante l’allenamento ma la dimensione cestistica che riesci a donare al tuo gruppo. Vincere è difficile e bisogna soffrire per arrivare fino in fondo. Se si vuole fare da background in NBA ci si può accontentare di poco ma per arrivare in alto bisogna sudare. La mia filosofia di gioco non è assoluta ma di certo indica la strada verso la vittoria. Come ho gia detto ho ancora molto da imparare ma sono sicuro di quello che sto dicendo.

La mia vita si basa su questo pensiero, i giocatori avevano recepito questo messaggio e credo sia abbastanza evidente il miglioramento mostrato da Malcom Brogdon, Khris Middleton e Giannis Antetokounmpo. Loro sono l’esempio più evidente della coesione tra il mio pensiero e la volontà dei giocatori. Non ho mai mancato di rispetto al mio roster anzi, tramite la mia storia personale ho cercato di accrescere quotidianamente la loro esperienza. Tutto questo per renderli pronti al grande salto.

Non ho mai abusato del mio ruolo, come non ho mai indetto degli allenamenti dopo i back-to-back! So cosa vuol dire giocare senza l’adeguato riposo. Certo, una volta ho programmato l’allenamento nel giorno di Natale ma dovevo mandare un segnale alla squadra dopo delle prestazioni allarmanti. Se non si usa la cattiveria agonistica è impossibile perseguire i propri obbiettivi!”.

Una linea di pensiero che, come detto da Jason Kidd, ha indiscutibilmente lasciato il segno nella storia dei Bucks. L’esponenziale crescita di Giannis Antetokounmpo, trasformatosi ormai in un aspirante MVP, sembra offrire giustizia al lavoro svolto dall‘ex simbolo dei Nets. Non bisogna infatti dimenticare il cambio di ruolo intrapreso da The Greek Freak sotto la supervisione di Kidd, pronto a trasformare il numero trentaquattro di Milwaukee in un’atipica shooting-guard, senza curarsi delle pressioni provenienti dall’esterno. Una mossa tattica quantomai azzeccata, pronta a trovare supporto nella fiducia riposta da Jason Kidd nelle capacità di Malcom Brogdon e Khris Middleton: giocatori arrivati nel Wisconsin come semplici comparse salvo poi accaparrarsi le luci della ribalta nel quintetto dei Bucks.

Le verità esposte da Jason Kidd sembrano quindi svelare il lato oscuro della dirigenza di Milwaukee, inebriata dal profumo del successo e avida di pazienza nei confronti di un processo ancora lontano dalla propria consacrazione. Vedremo se il talento dei giovani Bucks riusciranno a rendere giustizia al proprio mentore nella postseason 2018. Per vincere occorre sacrificio e un animo ferreo, il teorema di Jason Kidd sembra ormai scolpito nella mente di Antetokounmpo e compagni.

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