Timeout

TIMEOUT | Jimmy Butler: un tiro da tre può salvarti la vita

Alberto Pacini
20.03.2018 17:06

Washington, 25 aprile 2014.

L'atmosfera all'interno del Verizon Center di Washington è caldissima, i tifosi sono pronti ad assistere alla prima sfida casalinga del primo turno dei playoffs di quest'anno, contro i Chicago Bulls. La situazione per i padroni di casa è delle migliori, con i Wizards che vengono da due vittorie in entrambe le gare giocate a Chicago, ribaltando completamente il pronostico che vedeva i Bulls leggermente favoriti.

Wall e compagni credono ormai di aver indirizzato la serie e di riuscire a mettere una seria ipoteca sul passaggio del turno con questo match, ma non hanno fatto i conti con i loro avversari, convintissimi di riportare la serie nella Windy City. L'incontro si rivela bloccato, con un Dunleavy letteralmente "on fire" e Wall che tiene però in partita i suoi. Si arriva all'ultimo quarto in una situazione di sostanziale parità e quando Nenê mette a segno il canestro del -2 con otto minuti ancora da giocare, coach Thibodeau decide di adottare una strategia più aggressiva e chiama TIMEOUT!

I giocatori si indirizzano verso le proprie panchine, ma non tutti. A Jimmy Butler non è granchè piaciuto il modo in cui l'ala forte dei Wizards ha esultato dopo il canestro, e si è subito fatto sentire. I due sono testa a testa e si stanno scambiando complimenti di dubbio gusto, fino a che Nenê non sbotta e sferra una violenta manata in faccia alla guardia dei Bulls.

Jimmy non ha paura, rimane immobile, non alza le mani, continua solo a farsi sentire a parole fino a che non intervengono gli arbitri. Non potrebbe essere diversamente, stiamo parlando di un ragazzo che, prima di essere lì su quel campo, ha vissuto una delle storie più difficili del panorama sportivo americano. La sua non è la classica storia del ragazzino che entra nel giro della droga, della malavita delle periferie, e ne esce segnato. No, Jimmy va ben oltre.

Il tutto inizia a Houston, dove Butler nasce in una famiglia con una situazione economica già di per sé complicata, ma che è ulteriormente inasprita da un padre che decide di abbandonare la madre poco dopo la nascita del piccolo. Mamma Londa si trova quindi catapultata in uno scenario critico, e si trova costretta a fare delle scelte.

Quando Jimmy ha 13 anni, proprio sua madre decide di buttarlo fuori di casa, lasciandolo in mezzo alla strada da un giorno all'altro. La giustificazione? "Non mi piace la tua faccia, sembri un criminale". Siamo tutti d'accordo che avrebbe potuto inventarsi una scusa migliore, ma poco importa, ciò che conta è che adesso il ragazzo è abbandonato a se stesso, senza nessuno su cui poter contare.

Nelle settimane seguenti, Butler girerà di casa in casa fra i suoi amici di scuola che avevano le possibilità di ospitarlo, ma vivendo chiaramente in una condizione molto precaria che non sarebbe potuta durare a lungo. In quel momento drammatico, quando tutto sembrava andare a rotoli, entra in gioco il destino, che mette un pizzico di fortuna nella vita di Jimmy, facendogli incontrare il ragazzo che gli salverà la vita.

Jordan Leslie sta camminando nel cortile dell'high school, quando nota, sul campetto cementato della scuola, un ragazzo che qualcosina con la palla a spicchi sapeva fare. Decide di sfidarlo ad una gara di tiri da tre punti, in una gara dall'esito piuttosto scontato, ma ciò che importa è che i due diventeranno migliori amici, e Jordan deciderà di ospitarlo definitivamente a casa sua, facendolo diventare a tutti gli effetti un membro della famiglia Leslie.

Da questo momento in poi, la vita di Jimmy avrà una svolta clamorosa, che lo porterà ad essere uno dei migliori alunni dell'intera scuola e a vincere una borsa di studio per il college. Purtroppo la vita sul campo non va di pari passo, e Butler fatica molto a imporsi. Il coach vede in lui un potenziale enorme, ma nonostante lo veda lavorare molto più duro degli altri, capisce che il ragazzo non ha ancora consapevolezza di ciò che può fare.

Per questo motivo Buzz Williams diventa il suo peggiore incubo, lo sottopone ad allenamenti durissimi, costringendolo a sessioni devastanti di corsa ed esercizi con il pallone, privandolo addirittura dell'uso del cellulare e della televisione per quasi tutta la durata del giorno. Un inferno. Un inferno che Jimmy combatte stringendo i denti e strizzando la maglietta intrisa di sudore dopo ogni ripetuta. Rivelerà poi in numerose occasioni di essere stato più volte sul punto di mollare, ma di essersi rialzato ogni volta più forte di prima, consapevole che niente avrebbe potuto separarlo dal suo sogno.

Quel ragazzo migliorerà in maniera esponenziale, fino ad arrivare a far segnare il proprio nome sui taccuini dei GM di diverse franchigie NBA. Butler si presenterà alle settimane prima del Draft senza neanche un agente: chi avesse voluto proporgli un provino, avrebbe dovuto parlare direttamente con lui. Peccato che non busserà nessuno alla porta, e Jimmy si presenterà al Prudential Center di Newark senza neanche la certezza di essere scelto. La chiamata però arriva e, nonostante sia solamente la 30esima scelta, a lui non interessa affatto, l'importante è aver raggiunto l'obiettivo, consapevole che adesso sarà solamente lui il padrone del suo destino.

"Scoppiai subito a piangere con mia madre, perché pensai a tutte le persone che mi avevano detto che non sarei arrivato a niente, e non mi interessava dimostrare loro che si erano sbagliati, avevo semplicemente dimostrato a me stesso di aver avuto ragione"

Si, non avete letto male, accanto a lui quella sera c'era la madre, la stessa persona che rischiò di rovinargli la vita, adesso era proprio seduta al suo fianco. A Jimmy non piace molto parlare del suo passato in pubblico, ed è facilmente intuibile il perché, ma le domande a riguardo di sua madre si sprecano ogni volta che i microfoni vengono puntati alla sua bocca, e lui è sempre stato molto chiaro in merito. Non porta il minimo rancore verso nessuno dei suoi due genitori e si dice convinto che loro abbiano capito i propri errori e che sia quindi giusto essere di nuovo una famiglia.

Si sente forte nel palazzetto il suono della sirena che decreta la fine del timeout, e le due squadre si apprestano a terminare l'incontro. Dopo l'azzuffata di qualche attimo prima, Nenê è stato espulso e l'inerzia della gara adesso è tutta a favore dei Bulls. Nei minuti che rimangono Chicago costruisce un ottimo margine e, soprattutto grazie a due triple consecutive di Butler, finisce per portare a casa la vittoria per 100-97.

Il numero 21 dei Bulls ha ottenuto esattamente ciò che voleva: ha fatto espellere un giocatore determinante nella serie fino a quel punto, ed ha fatto innervosire gli avversari. Poi, ha deciso di finirli definitivamente con i colpi fatali degli ultimi minuti di gioco. 2-1. Chapeau Jimmy.

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