Portland Trail Blazers

Brandon Dawayne Roy: l'eterno incompiuto

Maria Barone
14.10.2017 13:17
Brandon Roy è una di quelle star senza luce riflessa, che ama l'ombra dell'anonimato. Una storia cestistica come tante, nella quale a fare la differenza è la determinazione e la volontà nel voler puntare il dito sempre in alto e contro il cielo, tanto da voler  incrociare con lo sguardo solo quel maledetto canestro.

"Mi ricordo di bellissime giornate quando, dopo il tramonto, uscivo con i cani, annaffiavo il prato… volevo camminare intorno al vicinato, giocare con i miei due cani, raccogliere le more." 

Traspare da queste parole tutta la calma di un campione straordinario, di una persona che non ama né i riflettori né il mondo dei party e, ancora meno, le compagnie e le sontuose attenzioni che circondano la maggior parte dei giocatori NBA. Nasce e cresce a Seattle, città dove star lontani dalle diatribe di Allen Iverson e dalle spiagge di Marbury non è molto semplice. Fortunatamente, le ore interminabili passate al playground con il fratello maggiore Ed gli permisero di capire da che parte stare e quale strada percorrere. Il padre lavorava sodo per permettere ai figli di giocare a basket, soprattutto a Brandon di andare in trasferta con la squadra, trasferte che erano viste dal ragazzo come divertimento. Ed è proprio durante un "road game" che pensò bene di svagarsi con gli amici anzichè giocare a basket. Visto ciò, Lou Hobson, coach della squadra, lo prese da parte e gli disse:

 "Lo sai che i tuoi genitori per farti venire hanno speso ben 100$? E lo sai che non hanno 100$ per farti venire qua e non fare nulla?"

Le parole del coach colpirono duramente Brandon, il quale non aveva mai realizzato effettivamente quanti sacrifici facesse la sua famiglia per permettergli di giocare. Quelle parole gli rimbombarono talmente tanto forte nella mente che la sua vita da cestista l'ha vissuta tutta d'un fiato, ingerendo particelle d'ossigeno come fossero tiri da tre, sferrando tiri liberi come se ognuno di questi fosse l'ultimo. Roy c'era e aveva solo voglia di dimostrare quanto valesse:

"Da quel momento, ogni volta che giocavo in trasferta avrei dovuto dare il massimo per i miei genitori. Non ci avevo mai pensato prima, pensavo solo a divertirmi con gli altri ragazzi. Da quando Hobson mi parlò, mi rese determinato."

La chance in NBA arriva grazie ai Minnesota Timberwolves che lo selezionano con la sesta scelta assoluta del Draft del 2006, salvo poi scambiarlo immediatamente con la settima scelta di Portland: Randy Foye. Proprio durante la prima partita con i Blazers, direttamente a casa sua contro i SuperSonics, Brandon Roy mette a referto il primo ventello della sua breve carriera, giusto per far capire che tre anni di college basketball servono a qualcosa. A fine stagione, si contano quasi 17 punti con 4 assist e 4 rimbalzi di media, nonostante Brandon avesse giocato solo 56 partite a causa dei primi problemi alle ginocchia, vera e propria causa della mancata affermazione di un talento cristallino. Lo stesso anno vince il prestigioso premio per le matricole: il Rookie of the Year. Il grande impatto con la realtà NBA convince quindi coach Nate McMillan ad affidargli le chiavi della squadra insieme a Greg Oden e LaMarcus Aldridge. Un vero "Big Three" per potenzialità, purtroppo mai esplose del tutto: Oden giocherà 82 partite in 5 anni e Roy comincerà la trafila delle innumerevoli operazioni alle ginocchia. Sette è - per la precisione - il numero delle operazioni alle quali Roy si sottoporrà pur di regalarci ancora la visione di quella mano che sa accarezzare la palla con l’eleganza e la naturalezza che solo la old school degli anni ’60 ha. Nel 2010/11 Brandon regge finché può, ma è presto costretto a mollare. Questo sarà il suo ultimo anno, chiuso con una sconfitta per 4-2 al primo turno dei Playoffs per mano dei Dallas Mavericks (successivamente vittoriosi nelle Finals). Non sono quindi i successi personali ad aver reso Brandon Roy un idolo del Moda Center, ma la mentalità vincente: fiero e sicuro di se stesso e delle proprie capacità sul parquet. Tant'è che se Portland riuscì a pareggiare momentaneamente la serie fu solo grazie al suo numero sette. Sotto 67-44 a 12 minuti dall’ultima sirena, Roy realizzò 18 punti in 12 minuti e i Blazers, portano a casa la partita con il punteggio di 84-82. Brandon praticamente gioca con una gamba sola contro il dolore. Sarà proprio questo stoico atteggiamento a conquistare il cuore e il pubblico dell'intera NBA, purtroppo però, non per assaporare la gioia della vittoria. Chi ha avuto l'onore di conoscerlo, sicuramente lo ringrazierà per aver dimostrato che "anche senza una palla a spicchi in mano, i campioni sanno sempre prendere le decisioni importanti".

Commenti

Le percentuali di vittorie delle franchigie della Western Conference 2017/18
UFFICIALE: Missione compiuta per Cleveland, Jefferson e Felder passano agli Hawks