Timeout

TIMEOUT | Gerald Green: l'assassino dalle nove dita

Quattro dita nella mano destra non gli hanno impedito di diventare un ottimo giocatore, tra prese in giro e schiacciate..

Alberto Pacini
12.06.2018 15:42

Houston, 30 marzo 2018.

Il Toyota Center di Houston ribolle ed è praticamente sold-out per la partita di stasera. Venendo a conoscenza del fatto che gli avversari siano i Phoenix Suns (19-58 in stagione), viene spontaneo chiedersi il perché di tanto entusiasmo per un match sulla carta a senso unico. Il motivo è molto semplice, infatti i Rockets sono in una striscia positiva di 10 vittorie consecutive ed hanno un'occasione molto ghiotta per allungare sugli inseguitori di conference, i Golden State Warriors.

Vista anche l'assenza di Chris Paul ed Eric Gordon per infortunio, i tifosi di casa si sono mobilitati per dare il massimo apporto alla squadra. Spinti probabilmente dalla convinzione che le pesanti assenze in casa Houston possano fare la differenza, contro ogni pronostico sono i Suns a fare la partita e condurre per tutta la gara, sfruttando anche una serata no del fuoriclasse dei padroni di casa, James Harden.

Con 12.2 secondi al termine ed il punteggio in parità, Phoenix ha l'occasione di fare l'impresa. Il rookie Josh Jackson prende palla, crossover su Capela e conclusione dal gomito che va a segno, lasciando la miseria di 1.4 secondi agli avversari per riacciuffare la partita. Mike D'Antoni, ovviamente, chiama TIMEOUT!

Nel palazzetto è calato un silenzio tombale, i suoi giocatori camminano sconsolati a capo chino verso la panchina. Le speranze sono ridotte all'osso, la striscia di vittorie sta per interrompersi e Curry e compagni torneranno col fiato sul collo per tutto il finale di stagione. D'Antoni prima di iniziare a parlare con gli altri, fa segno a Gerald Green di togliersi la tuta, la mossa per riprendere la partita sarà lui.

Fino a quel momento, il numero 14 aveva disputato una partita tutt'altro che esaltante, con soli 12 punti e numerosi errori dalla lunga distanza. Ciò non importa, D'Antoni ha scelto lui come carta a sorpresa e sembra essere molto sicuro. Il buon Gerald, un po' per sorte avversa, un po' per mancanze sue personali, non è mai stato abituato ad essere una prima scelta per nessuno.

Tutto nasce da lontano, quando un baby Green nasce e cresce, guarda caso, proprio nella sua Houston. Fin da piccolo il suo chiodo fisso è sempre stato quello di voler giocare a basket al massimo livello, in NBA. Un'ossessione quella per la pallacanestro, che, complici scelte non proprio razionali, gli porterà non pochi problemi. Già in tenera età era evidente a chiunque, lui compreso, che il suo fisico fosse tremendamente perfetto per il gioco con la palla a spicchi.

Aveva un'elevazione ed un controllo del corpo in aria che per i suoi pari età non era neanche lontanamente immaginabile. Un pomeriggio, mentre giocava con il fratellino in giardino, decise di quantificare questa sua abilità nel salto. Il canestro sul retro della casa non era certo professionale, ed era fissato con dei semplici chiodi, in alcuni punti sporgenti.

Gerald prende la rincorsa sotto gli occhi del fratello Garlon e stacca. Quel salto cambierà la sua vita per sempre. Uno dei chiodi del canestro si incastrano nell'anello che aveva al dito il piccolo Green, tranciandoglielo di netto. Come racconterà il padre, la scena fu terribile. La corsa all'ospedale sarà inutile, il dito verrà amputato e la mano destra dovrà restare orfana dell'anulare.

Dopo un evento shock del genere, è facile comprendere come Gerald decise di fare una croce sopra alla pallacanestro e non prendere più in mano una palla a spicchi. Difficile però, tremendamente difficile per uno come lui. Il campo lo chiama insistentemente, e dopo qualche tempo decide di tornare.

E' bravo, davvero bravo a giocare, tanto da diventare la stella della sua squadra all'high school, segnando addirittura 33 punti di media. Gli altri ragazzi lo prendono in giro però, gli attaccano addosso l'etichetta di debole, di fifone. Col fisico che si ritrova, Gerald non ha mai neanche provato a schiacciare in tutta la stagione, tutti se ne accorgono e cominciano a pensare che abbia paura. E inconsapevolmente hanno ragione, il ragazzo è terrorizzato dall'idea di rimettere le mani su quel ferro che qualche anno prima lo aveva punito.

Ma gli altri non lo sanno, non sanno cosa sia successo o perchè faccia così, e lo deridono. All'inizio della sua seconda, e ultima, stagione all'high school, Green decide che avrebbe messo a tacere tutti. Prima partita della stagione, primo possesso nelle sue mani, scatta a canestro e stacca per andare a schiacciare. Fiasco totale, la palla sbatte sul ferro ed esce. Quando atterra però, nota che chiunque lì dentro è a bocca aperta, compagni e avversari compresi. Si, perché quella schiacciata l'aveva sbagliata perchè era saltato troppo in alto e non era riuscito a centrare il canestro.

Da quel momento in poi, diventerà uno dei più grandi schiacciatori dell'era moderna, vincendo uno Slam Dunk Contest e regalando schiacciate che rimarranno nella storia. Dopo quella stagione, deciderà di non andare al college e di rendersi subito eleggibile per il Draft del 2005. Prima della fatidica sera, su consiglio del suo agente, concederà workout solamente alle squadre con le prime sei scelte, convinto che sarebbe stato tra i primi ad essere selezionati.

Quella sera però qualcosa andrà storto e Green rimarrà seduto al suo tavolo per 17 chiamate, salvo poi sentire il suo nome associato ai Boston Celtics alla 18esima scelta. L'amarezza è tanta, ma la voglia di provare a tutti di essersi sbagliati ancora di più. L'avventura a Boston però non andrà come sperato, complice anche la presenza di Paul Pierce nel suo spot.

Da quel momento in poi, inizierà un lungo peregrinaggio tra D-League, Russia e Cina, portando i più ad etichettarlo come finito. Poi, a sorpresa, la chiamata dei New Jersey Nets, alle prese con molti infortuni e bisognosi di allungare il roster. E' la sua occasione, e non la spreca. Quelle ottime prestazioni gli garantiranno un contratto l'anno successivo con gli Indiana Pacers e successivamente con i Phoenix Suns, dove passerà le due migliori stagioni in carriera. Dopo le annate in Arizona però, di nuovo il baratro.

Miami e ancora Boston saranno le sue case per qualche tempo salvo poi non venire mai confermato. Passano le settimane, i mesi ed il suo telefono non accenna a squillare, sembra che il mondo della NBA si sia scordato di lui. Passa le giornate giocando uno-contro-uno in giardino col suo rottweiler e pensando al ritiro, quando tutto ad un tratto avviene la svolta.

Risponde al cellulare, dall'altra parte c'è un dirigente degli Houston Rockets che gli propone un 10 day contract a partire dal giorno dopo. Dopo averlo visto in azione, quel contratto non durerà dieci giorni ma sarà garantito fino a fine stagione con grande entusiasmo nell'ambiente Rockets. Tornando a casa Gerald ha riscoperto il piacere di giocare e sembra finalmente aver trovato la sua dimensione, mostrando un apporto molto significativo uscendo dalla panchina.

Tornando al nostro timeout infatti, lo avevamo effettivamente lasciato mentre si stava togliendo la tuta per entrare a risolvere una partita apparentemente segnata. Lo schema di D'Antoni è chiaro, la difesa si concentrerà su Harden, ma la rimessa finirà nelle mani di Joe Johnson o di Green, smarcati nei due angoli.

E' Ariza il giocatore designato per rimettere la palla in gioco. Segue con lo sguardo i movimenti di Harden che porta fuori dall'area il suo marcatore. Sul contromovimento di Gerald Green, Josh Jackson inciampa e cade, lasciando solo proprio il nostro protagonista nell'angolo. Gerald riceve, sistema i piedi dietro la linea, e lascia partire il tiro. BANG. Undici vittorie di fila e Suns al tappeto. Il padrone di casa ha parlato.

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