Ovest

La straordinaria evoluzione tattica di Kevin Durant

Antonello Brindisi
27.02.2018 14:56
Dal suo arrivo nella Baia di San Francisco, Kevin Durant si è reso protagonista di una maturazione cestistica fuori dal comune per un giocatore nell'elite della NBA ormai da una decade. Il rivoluzionario sistema di gioco plasmato da coach Steve Kerr ha letteralmente stravolto la lettura del gioco dell'ex primo violino di Oklahoma City, ampliandone l'efficacia sul parquet. Arrivato in California nell'estate del 2016 come un formidabile solista, in poco meno di due stagioni KD si è trasformato in un ingranaggio infallibile della minuziosa macchina da punti dei Dubs. Il numero trentacinque di Golden State si è sempre contraddistinto come un eccellente realizzatore, capace di viaggiare ad una media di 20.3 ppg sin dal proprio esordio nella lega tra le fila dei Seattle SuperSonics (seconda scelta assoluta nel Draft del 2007), affermandosi velocemente come il principale terminale offensivo della propria squadra e conquistandone al contempo l'effige di uomo-franchigia. Nel corso del suo operato tra le fila dei Thunder, Kevin Durant ha sempre sfoggiato una tecnica di tiro sopraffina (di certo non comune per un'atleta che conta 206 cm in altezza), coadiuvata da un marcato killer-instinct che si è spesso manifestato nei momenti cruciali delle partite. Caratteristiche fondamentali per un aspirante Hall of Fame, fautrici di un talento cestistico ben definito nel proprio ruolo: uno scorer di livello assoluto, pronto a trascinare la propria franchigia grazie a delle infallibili conclusioni derivate dal palleggio (pick-and-roll, ball-handing e post-up) e dai frequenti isolamenti nell'uno contro uno. Entrato a contatto con la filosofia di gioco coltivata da Golden State, KD ha mostrato nel corso del tempo un profondo senso di autocritica, fattore che ha portato il campione statunitense ad estendere il proprio bagaglio tecnico. Un maggiore utilizzo del gioco in transizione e del taglio nel pitturato, hanno così ulteriormente perfezionato il gioco di squadra dei Dubs. Il grande merito di Durant è stato quello di ampliare il proprio apporto offensivo, senza penalizzare l'estro personale. Si tratta di un risultato tutt'altro che scontato (il tasso tecnico di KD non è mai stato messo in discussione ma la transizione da primo violino a membro di un gruppo di campioni è risulta spesso un processo complicato nella storia della NBA), che pone le proprie basi nel forte senso di appartenenza sviluppato dal giocatore verso l'Oracle Arena, cuore pulsante dell'attuale dinastia dei Warriors. Un affetto ed una lealtà ribadite pubblicamente l'estate scorsa, grazie al sacrificio economico attuato dal numero trentacinque sul proprio rinnovo contrattuale. Una scelta fondamentale per la continuità di quel gruppo di campioni tanto caro a Kevin Durant (Shaun Livingston e Andre Iguodala hanno di conseguenza trovato lo spazio salariale sufficiente per prolungare il proprio contratto), pronto a seguire ciecamente il cammino tracciato da coach Steve Kerr. Guardando l'evoluzione tattica di KD si nota infatti un netto cambiamento nel "modus operandi" della propria visone offensiva, trasformazione confermata naturalmente da un evidente riscontro statistico. L'adattamento al sistema di Golden State è stato costante e graduale, mostrando il proprio apice nella stagione tutt'ora in corso, caratteristica che dona così un inaspettato margine di miglioramento alla corazzata di Oakland. Il gioco in pick-and-roll largamente utilizzato ad Oklahoma City è stato influenzato dalla qualità nel palleggio di Stephen Curry, fluttuando statisticamente (in questi due anni) alla ricerca della perfetta distribuzione di gioco. Nell'ultimo anno ad OKC (stagione 2015/16), la percentuale di utilizzo del pick-and-roll era del 19.0%, con gli Warriors questo dato è sceso al 12.6% nel corso della stagione 2016/17, trovando la propria stabilità nel 16.2% di questa regular season. A trarre i maggiori benefici da questa riduzione è stato il gioco in transizione, utilizzato solo nel 15.1% dei casi durante la militanza nei Thunder. Tendenza totalmente opposta in California, dove KD ha dimostrato una particolare propensione al gioco di squadra: 22.5% nel 2016/17, 21.9% nel 2017/18. Una crescita statistica che si può riscontrare facilmente anche alla voce penetrazione con taglio annesso, schema largamente utilizzato con i Warriors, 6.2% nel 2016/17 e 6.1 nel 2017/18, numeri in netta contrapposizione all'esiguo 4.0% visto nel 2015/16 ad OKC. La chiave di lettura di questo proficuo adattamento tattico risiede però nei numeri racchiusi negli isolamenti, da sempre il principale marchio di fabbrica di Kevin Durant. Come già detto nell'ultima stagione passata ad Oklahoma City, il numero trentacinque si affidava spesso ad un'azione personale nei momenti cruciali delle partite, routine ampiamente testimoniata dal 14.9% statistico. Una volta entrato a contatto con la realtà dei Warriors, KD ha speso la gran parte del proprio tempo a ricalibrare la propria fase offensiva accanto a due realizzatori d'elite come Klay Thompson e Stephen Curry. Una situazione totalmente diversa dalle costanti responsabilità sorrette ad OKC. Durante il suo primo anno in Califorina, il campione americano (MVP delle ultime Finals) ha appreso la necessità di un gioco tanto semplice quanto efficace, rinunciando ad una gran parte delle sorite individuali utilizzate precedentemente. Un'umiltà racchiusa nel 11.5% fatto segnare nella stagione 2016/17. Grazie ad una maggiore conoscenza del gioco di Steve Kerr, quest'anno Kevin Durant sembra aver trovato definitivamente la propria dimensione nella manovra offensiva di Golden State, risultato condizionato senza dubbio dalla grande duttilità tattica trovata nello starting-five dei Dubs, raggiungendo così una straordinaria lettura del gioco non solo nella fase realizzativa dell'azione (come visto più volte ad OKC), ma soprattutto nella costruzione stessa della manovra d'attacco. Quest'inaspettata crescita ha così permesso al giocatore di scoprire un cinismo difficilmente pronosticabile, alzando si la percentuale degli isolamenti al 14.1% ma con una sostanziale differenza: l'efficacia della fase offensiva della propria squadra. Se con i Thunder la gran parte degli isolamenti era generata da una forte volontà personale, nell'attuale versione californiana il killer-instinct di KD offre sempre la migliore opzione di sfogo all'arsenale di Golden State. Davanti alla piena maturità cestistica di Kevin Durant, Steve Kerr ha concretizzato lo smisurato talento offensivo dei propri uomini, generando una pallacanestro capace di mixare perfettamente il peso dei risultati e la spettacolarità della NBA. Un processo di crescita testimoniato in prima persona dal fuoriclasse dei Warriors, sempre pronto a svolgere un lucido resoconto del proprio operato:
"Non credo che il mio gioco sia cambiato drasticamente, si è semplificato. Non penso che questo possa definirsi un cambiamento a 360°, semplificare è diverso da cambiare. Passando del tempo qui ho capito quanto sia importante raggiungere gli obiettivi per cui lavoriamo costantemente. Ora cerco di fare il mio compito nel miglior modo possibile, il prima possibile. Non serve utilizzare tutta la propria creatività per poi andarsi a complicare i piani, è meglio svolgere in maniera lineare il proprio compito, così da non rischiare brutte sorprese. I miei compagni si sono sempre sacrificati per il mio bene, sin dal mio primo giorno qui hanno pensato a farmi integrare al meglio piuttosto che al proprio status. Questa è una cosa che porto sempre in mente, è mio dovere ripagare il costante supporto che ho ricevuto, il mio desiderio più grande è poter ricambiare il loro altruismo. Cerco sempre la migliore opzione per concludere il nostro attacco. Proprio per questo è necessario utilizzare sempre la tattica più indicata per la situazione corrente sul parquet. Non esiste alcuna differenza tra un canestro ottenuto giocando il pick-and-roll, in transizione, in isolamento o uno spazio generato da un taglio. Sono tutte buone soluzioni per portarsi in vantaggio, questo è quello che conta veramente in un gioco di squadra come il Basket. Il successo della squadra è anche il successo di tutti noi, uno per uno. Non importa chi mette a segno il canestro della vittoria, quel traguardo è possibile solo grazie al sacrificio di un tuo compagno. Ora mi sento pienamente a mio agio. Non volevo diventare un giocatore da isolamento o un semplice realizzatore. Volevo raggiungere una maturità cestistica piena, che mi permettesse di essere utile sia quando la squadra necessita di un canestro veloce che quando deve gestire al meglio il possesso della palla. Ora sono parte di un sistema che va oltre il singolo talento. Mi sento più sicuro, ho un'esperienza maggiore del gioco rispetto agli altri anni e sono più forte sul piano mentale. Ho raggiunto un nuovo livello come singolo".
La piena consapevolezza del proprio ruolo sembra così aver donato una nuova linfa al talento di Kevin Durant, pronto a scrivere nuovamente la storia moderna della NBA grazie a quell'entusiasmo e quell'affiatamento che il roster dei Golden State Warriors ha costantemente alimentato e protetto nel corso delle ultime 5 stagioni. La ricerca del bene comune prima che del successo personale sembra quindi pronta a confermare ancora una volta la validità della propria equazione, offrendo così la migliore garanzia per i nutriti sogni di gloria della Oracle Arena.

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