Philadelphia 76ers

Marco Belinelli e Rocky Balboa: tutto è possibile, ma nulla è garantito

Francesca Bellizzi
14.02.2018 14:50
“Né io, né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l'importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti! Così sei un vincente! E se credi di essere forte, lo devi dimostrare che sei forte!”
Così parlava Rocky Balboa, il mito dell’America dal pugno di ferro, l’incarnazione di forza, sudore e libertà, di quei principi di cui gli Stati Uniti e la loro costituzione sono la celebrazione conclamata. Così parlava Rocky Balboa, “il non plus ultra del maschio”, il bullo di periferia che ha trasformato la strada in un ring, lo specchio di quella gigantesca “insalatiera umana” che è il “paradiso” a stelle e strisce, dove a tutti, guai a negarlo, è concessa una possibilità. Rocky Balboa: l’emblema del selvaggio che si sottrae alla barbarie e alla prepotenza del colonizzatore per riscoprirsi non più piccolo e indifeso, ma forte e inossidabile come una trave d’acciaio. Rocky Balboa, che è uno e centomila. Rocky Balboa, il self-made man che ciascuno di noi può essere, a patto di essere disposto a sporcarsi le mani e ad annegare nel sudore. Perché tutto è possibile ma nulla è garantito. E questo Marco Belinelli lo ha sempre saputo.
“Sono nato alle 14:00 del 25 marzo 1986 a San Giovanni in Persiceto, un paese di ventottomila anime, venti chilometri a nord di Bologna. Per i dettagli sui primi cinque o sei anni è meglio chiedere ai miei genitori o a mio fratello Enrico. Oppure alla maestra delle elementari, che tra i vari pompieri, dottori, astronauti e avvocati, si ritrovò anche il mio tema in classe che iniziava più o meno così: 'Da grande voglio fare il giocatore di pallacanestro'. Da quando ho memoria non ricordo di aver voluto fare altro nella vita”.
Dalle braccia accoglienti di San Giovanni in Persiceto ai tentacoli avviluppanti dell’America: quanto forte deve essere stato il desiderio di obbedire all’imperativo categorico della volontà? Certo più di quanto lo stesso Marco potesse immaginare. Perché, è vero, a volte le cose bisogna sognarle, prima di riuscire a realizzarle; ma se il sogno ha il contorno indistinto e sfumato del meraviglioso, la realtà può essere ben più amara da affrontare. Così è stato per l’italo-americano Rocky; e così è stato anche per l’italianissimo Marco:
“Non avevo la più pallida idea di cosa mi aspettava, ma il 28 giugno 2007 è una data che difficilmente scorderò. Io, Marco Belinelli da San Giovanni in Persiceto, paese di ventottomila anime in provincia di Bologna, quel giorno sono stato scelto da una squadra NBA. Come i giocatori delle cassette che consumavo sul videoregistratore di Enrico. Non avrei più passato notti insonni a vederli: su quei campi, su quelle videocassette, nel frattempo trasformate in DVD, ci sarei stato anch’io. Quello che ancora non sapevo è che non sarebbe stato per nulla facile”.
Da San Francisco a Toronto, da New Orleans a Chicago, da San Antonio a Sacramento, da Charlotte ad Atlanta: ha girato in lungo e in largo, Marco Belinelli, pur di dare forma a quel sogno che non è soltanto colonna portante della cultura americana, ma nutrimento essenziale della natura umana. Un viaggio lungo e controverso, fatto di ostacoli e traguardi, di sconfitte indigeste e trionfi meritati; un cammino che è andato oltre il bagliore accecante di quello storico titolo conquistato con gli Spurs, per andare alla ricerca di qualcosa di più grande, per rendere il sogno ancora più bello. Sì, perché la storia di quel bambino cresciuto nel cuore della provincia bolognese oggi ha un nuovo orizzonte: quello di Philadelphia, la città dell’amore fraterno e della libertà. “Yes, I do” cantava Elton John nel 1975, in quell’inno alla gioia che, guarda caso, ha proprio il titolo di Philadelphia Freedom: e “Yes, I do” deve aver detto anche Marco in risposta alla chiamata dei 76ers, dopo il divorzio consumatosi tra lui e gli Atlanta Hawks di coach Mike Budenholzer. Già, ma perché proprio Philadelphia? “Because I trust the process”: che non è soltanto il tormentone del momento, ma soprattutto una missione da portare a termine:
“Penso di essere stato fortunato ad avere l’occasione di  guardare un paio di partite disputate da altre franchigie e naturalmente anche da Philly. Credo che i ragazzi giochino molto bene, sia in attacco che in difesa. È proprio il genere di squadra in cui ho piena fiducia. L’opportunità di unirmi a questi giocatori e di offrire il mio contributo nella corsa verso i playoffs non potrà che farmi bene”.
Se Marco stia già assaporando appieno tutta la forza e la libertà di quella Philadelphia celebrata da Elton John, non ci è (ancora) dato saperlo; quel che è certo, però, è che la filosofia della città che è stata il tempio di Rocky non gli sfugga affatto. D’altra parte, Belinelli non scherza. Nella sua vita ha sempre fatto sul serio: e quei durissimi allenamenti da lui stesso documentati sull’enorme piattaforma mediatica dei social, che nell’estate del 2014 gli valsero l’epiteto di “Stallone italiano”, proprio in memoria di quel Sylvester Stallone che vestiva i panni di Rocky, ne sono la prova lampante. Belinelli come Rocky, Rocky come Belinelli. Da qualsiasi lato la si guardi, la medaglia mostra sempre la stessa effigie: quella di un campione disposto a lottare fino all’ultimo, a scommettere su sé stesso fino alla fine, pur di dimostrare di non essere un perdente, anche quando la vittoria non arriva. È su questo che, d’altra parte, hanno puntato i Sixers: sulla capacità, propria soltanto di chi ha la vittoria nel sangue e sulla pelle, di mettersi al servizio di una causa più grande, producendo tanti punti in uscita dalla panchina e creando, all’occorrenza, anche buone occasioni per i compagni (specie se questi rispondono al nome di Joel Embiid e Ben Simmons, che di talento e gioventù ne hanno da vendere eccome!). “Se credi di essere forte, lo devi dimostrare che sei forte!”, tuonava Rocky. E Marco, nel corso della sua carriera, di dimostrazioni ne ha date, e tante anche.
“Fino a 25 anni fa, noi italiani guardavamo la pallacanestro americana come si guardava un film di fantascienza: erano tutti dei James Bond in canottiera e calzoncini che praticavano il basket a velocità e altezze stellari, con una padronanza assoluta della tecnica. Abbiamo assistito increduli alle gare di tiro da tre punti vinte da campioni del calibro di Larry Bird, Steve Kerr, Ray Allen, Dirk Nowitzki per citarne solo alcuni. Pensare che adesso un italiano, un emiliano, un bolognese, giochi da così tanti anni nella NBA, abbia contribuito a vincere il titolo e abbia vinto, primo italiano, la gara del tiro da tre punti ha dell’incredibile e, se l’avessimo ipotizzato qualche anno fa, ci avrebbero preso per matti.”
- Marco "Murphy" Sanguettoli -
Quella di Philadelphia non è che l’ennesima tappa di un viaggio che ha dell’incredibile: il viaggio di un uomo come me, come te, come noi, come Rocky che ha avuto il coraggio di mettersi al servizio della propria volontà. Quella stessa volontà che, da piccoli e indifesi che credevamo di essere, ha il potere di riscoprirci forti e inossidabili come travi d’acciaio.
“Cercherò un altro colpo di scena, con la mia solita espressione: pokerface. Ma non fatevi ingannare, perché dentro di me pulseranno sempre l’entusiasmo e la forza di quel bambino cresciuto a San Giovanni in Persiceto: quel bambino che mi ha portato fin qui e mi ha regalato la più bella favola che potessi immaginare”.

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