Timeout

TIMEOUT | Rip Hamilton: il guerriero mascherato

Un campione cresciuto nel mito di Reggie Miller per stare lontano dalla malavita, arrivando poi a superare anche il proprio maestro...

Alberto Pacini
28.08.2018 12:06

Detroit, 10 giugno 2004.

Quelle in corso sono tra le finali più attese degli ultimi anni. Fatta eccezione per l'anno precedente, i Los Angeles Lakers hanno letteralmente dominato le ultime stagioni, e ci si chiede se i neoarrivati Detroit Pistons siano abbastanza per impedire alla dinastia Kobe-Shaq di mettersi l'ennesimo anello al dito. Si parla di neoarrivati perchè la franchigia del Michigan torna per la prima volta alle Finals dopo un digiuno durato ben 14 anni, esattamente dall'ultimo titolo targato Isiah Thomas.

Nonostante un leggero scetticismo generale però, nelle prime due gare della serie i Faboulous 4 sono riusciti a tenere testa ai più quotati avversari, arrivando alla prima sfida casalinga con la serie in parità. La partita però si sviluppa in modo piuttosto inaspettato, con i padroni di casa che dominano per tutto il primo tempo, arrivando però a imporre l'allungo decisivo all'inizio della seconda metà di gara.

Nel terzo quarto i Lakers sono letteralmente annichiliti, Billups e compagni li stanno lentamente facendo sopperire sotto i loro colpi e, quando Prince con una splendida schiacciata in putback porta il vantaggio a 14 punti, Phil Jackson, piuttosto alterato, chiama TIMEOUT!

Detroit sta mettendo in campo un agonismo spropositato, ogni elemento del roster lotta su ogni pallone. Complice questa difesa all'ultimo sangue e un attacco che non gira granché, il punteggio risulta essere piuttosto basso. Il giocatore che sostazialmente sta segnando da solo anche per i suoi compagni, porta la casacca numero 32 e risponde al nome di Rip Hamilton.

Da tutta la partita sta maltrattando la difesa gialloviola inanellando punti su punti per tenere in vantaggio i suoi. Il protagonista che non ti aspetti, soprattutto perché da sempre è considerato sì un ottimo giocatore, ma non al livello delle superstar della Lega. L'etichetta di ottimo giocatore però va molto stretta ad un talento del genere, se teniamo conto anche della sua storia.

Fin dall'inizio infatti, Hamilton ha sempre fatto di tutto pur di emergere, di diventare grande, nonostante la situazione non fosse delle migliori. Coatesville, il piccolo paesino dove Rip nasce e cresce, non è certo il posto più sicuro e tranquillo dove muovere i primi passi. Come in molti sobborghi americani, le gang e la malavita erano ben presenti ed i ragazzini ne sentivano chiaramente la forte influenza negativa.

"Crescendo ho visto tantissimi amici o ragazzi della zona aderire a questo stile di vita, salvo poi cadere sempre più in basso. Io sapevo perfettamente cosa volevo fare, e mi ripromisi che non avrei mai trasformato una mia cattiva scelta nel principale fallimento del mio sogno."

Rip voleva solamente giocare in NBA, voleva diventare come il suo idolo Reggie Miller. Fin dal suo arrivo nella Lega infatti, il piccolo Richard iniziò a seguire e studiare ogni singolo movimento della star dei Pacers, innamorandosi di fatto della sua magica uscita dai blocchi. Ogni volta poi, il giorno dopo andava al campetto a imitare ciò che aveva visto la sera prima.

I suoi amici, come detto, iniziarono a prendere strade diverse e Rip si distaccò lentamente da quelli che ormai erano diventati dei bulletti da quartiere. Si era ripromesso che sarebbe stato il primo a venire fuori da lì e fare qualcosa di grande, per questo a niente servirono i tentativi degli amici di portarlo con loro sulla cattiva strada.

Arrivò poi il momento di andare all'high school e Rip scelse di restare ancora qualche anno in città, frequentando la Coatesville Area, non molto rinomata ma perfetta per restare vicino alla famiglia. Dimostrò subito abilità importanti in campo, anche se sembrava che stesse ancora giocando al campetto di periferia. Il suo stile di gioco era rimasto quello, con quelle giocate forzatamente spettacolari che molto spesso si rivelavano fini a loro stesse.

Ci voleva qualcuno che gli facesse capire che se avesse giocato in modo semplice, non lo avrebbe più fermato nessuno. A questo ci pensò Jim Calhoun, storico allenatore della University of Connecticut, meglio conosciuta semplicemente come UCONN, ossia, il college che Hamilton scelse dopo il percorso scolastico. Il primo anno agli ordini di coach Calhoun fu molto buono, ma Rip non si sentiva soddisfatto. Voleva di più, voleva vincere.

Durante l'estate tra la prima e la seconda stagione, passò ogni giorno in palestra da solo ad allenarsi. Nonostante fosse un tiratore, in quelle sessioni la palla la toccò veramente poco. Ogni volta si metteva a correre come un pazzo senza pallone tra le mani, simulando uscite dai blocchi e tutti i movimenti per aprire il campo ai compagni.

"L'anno dopo capii tante cose. Ormai ero arrivato ad un livello in cui non stavo mai fermo in campo, e non appena iniziavo a sentire un po' di fatica sapevo che a quel punto il mio marcatore non poteva che essere stremato."

Le sue statistiche nel secondo anno migliorarono vertiginosamente, ma ancora non riuscì ad arrivare in fondo. A questo punto poteva decidere se rendersi eleggibile al Draft o fare ancora l'ultimo anno, ma ormai era un uomo in missione, doveva concludere il lavoro. Ovviamente, l'anno successivo i Connecticut Huskies si laureeranno campioni NCAA e Richard vincerà il premio di Most Outstanding Player dell'intero torneo.

Era chiaro che adesso fosse il momento del grande salto. Al Draft se lo aggiudicarono i Washington Wizards, squadra con la quale però non sboccerà praticamente mai l'amore. Nel secondo anno infatti, nonostante l'arrivo di Michael Jordan ed una ottima stagione da parte dell'ex UCONN, quest'ultimo viene scambiato con i Detroit Pistons in una trade alquanto inaspettata. Nella sua esperienza nella capitale, l'unica soddisfazione che si toglierà Rip sarà finalmente giocare contro il suo idolo Reggie Miller.

Ben altre furono invece le gioie in Michigan, dove troverà i suoi nuovi compagni di battaglia Ben Wallace, Chauncey Billups e Tayshaun Prince. Il primo anno arriva subito la finale di conference, salvo poi venire spazzati via dai Nets con un secco 4-0. Nella stagione successiva la dirigenza aggiunge al roster il tassello mancante, Rasheed Wallace, per arrivare definitivamente al titolo.

Nel frattempo, il nostro Rip si rompe il naso per ben tre volte nel giro di pochissimo tempo e viene costretto dai medici ad indossare la maschera protettiva per il resto della sua carriera, facendola diventare un vero e proprio segno distintivo. E' proprio alla fine di questa stagione che eravamo stati interroti dal timeout, ed è proprio da qua che riprendiamo.

A Shaq e Kobe quella interruzione non servirà a niente, perché i Pistons continueranno ad incrementare il vantaggio fino all'ultimo, spinti da un monumentale Rip Hamilton in serata di grazia. A fine partita saranno 31 punti per il guerriero mascherato, con la sensazione durante la partita che ogni maledetto tiro che si prendesse con la sua classica uscita dai blocchi al gomito dell'area, avesse ormai sempre il solito esito. Dopo una prestazione del genere, è molto probabile che in in una splendida villa a Indianapolis in questo momento ci sia un ragazzotto, con una maglia numero 31 nell'armadio, che se la sta ridendo davanti alla tv. 

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