Timeout

TIMEOUT | Tim Duncan: un calmo, noioso e dominante MVP

La particolarissima storia dell'ala grande più forte di tutti i tempi, nata per competere in piscina...

Alberto Pacini
19.06.2018 16:24

Oklahoma, 12 maggio 2016.

E' una di quelle serate in cui chiunque ha la sensazione stare per assistere a qualcosa che potremmo non rivedere più. E' sempre così negli ultimi anni quando si arriva a quelle che potrebbero essere le ultime partite stagionali dei San Antonio Spurs. Nella Chesapeake Energy Arena di Oklahoma infatti, i Thunder hanno l'occasione di chiudere la serie per andarsi poi a giocare le Finali di Conference, evitando di giocare l'eventuale gara 7.

Gli Spurs abbiamo imparato a conoscerli bene, rappresentano la dinastia più lunga dell'ultimo trentennio nella Lega, ma questa volta si ha la sensazione che questi Thunder siano davvero troppo per gli speroni. Russell Westbrook e Kevin Durant, in forma smagliante, indirizzano fin da subito il match in maniera decisa in favore dei padroni di casa. Nella terza frazione San Antonio deraglia completamente, e quando la schiacciata di Durant li fa sprofondare oltre la doppia cifra di svantaggio, coach Pop chiama TIMEOUT!

La dinastia Spurs sta per volgere al termine, le tre superstar della vecchia guardia sono ormai troppo in là con l'età per riuscire ancora a reggere il ritmo playoff nella Lega. Dopo le due finali conquistate negli ultimi quattro anni, l'era Duncan-Parker-Ginobili sta per volgere al termine. Non è ancora notizia ufficiale, ma come detto si ha la sensazione molto forte di assistere all'ultima apparizione sul parquet di almeno uno dei tre campioni.

Il più indiziato è il più vecchio ovviamente, Tim Duncan, che coerentemente con quello fatto vedere durante la sua carriera, non ha mai proferito parola riguardo il suo ritiro, anteponendo la tranquillità della squadra che stava giocando per obiettivi importanti. Duncan è senza dubbio uno dei giocatori più particolari della storia. Introverso, timido ma tremendamente dominante ogni volta che allacciava le scarpe.

Questo carattere particolare lo accompagna fin da piccolo, ai tempi della sua infanzia sull'isola di Saint Croix, nell'arcipelago delle Isole Vergini. Un'isoletta ai più sconosciuta, non molto grande, dove il piccolo Tim pianta le sue radici, rimandendone sempre molto legato. Come moltissimi ragazzini del posto, anche lui ama l'oceano, e presto mamma Ione lo iscrive a nuoto.

La piscina è il suo habitat, nuotare gli piace ed è anche portato per farlo, tanto da diventare subito uno dei migliori, entrando anche nella squadra nazionale. La sua più grande tifosa era sicuramente la madre che, nonostasse avesse il turno di lavoro di notte, di giorno lo accompagnava alle gare rimanendo a fargli il tifo. Proprio in una di queste, all'età di 12 anni, Tim fece registrare uno dei migliori 16 tempi d'America tra i ragazzi della sua età.

Tutto stava andando per il meglio quando l'imponderabile stravolse la vita degli abitanti di Saint Croix. Nel settembre dell'89, l'uragano Hugo si abbattè violentemente sull'arcipelago delle Isole Vergini, lasciando dietro di sè solo una scia di distruzione. Tra le vittime della tragedia abbattutasi sul piccolo paese, c'era anche la piscina dove Tim si allenava ogni giorno. Questo implicò lo spostamento degli allenamenti della squadra in mare aperto, ma fu una soluzione che non soddisfò il nostro giovane nuotatore.

"Nuotammo nell'oceano per un po', ma persi l'interesse. A me piaceva la competizione, senza la piscina per le gare, tutto perse senso."

La carriera da nuotatore si arrestò bruscamente, e Duncan decise di buttarsi su un altro sport. Proprio mentre si avvicinava al basket, in pochissimi mesi un cancro al seno portò via con sé sua madre. Fu un evento tragico che lo segnò molto, facendolo definitivamente smettere di nuotare, cosa che considerava ormai legata alla madre.

La scomparsa di mamma Ione comportò il trasloco di sua sorella, ormai adulta e sposata, di nuovo a Saint Croix per stare vicino al fratellino. Per reagire ad un evento tragico come la perdita della madre in fase adolescenziale, c'è bisogno di una forza d'animo non indifferente e soprattutto anche dell'aiuto delle persone che si hanno intorno.

Il ritorno a casa della sorella fu determinante per Tim, non tanto per la sua vicinanza diretta, quanto per avergli fatto conoscere il marito. Ricky Lowery era infatti un ex playmaker universitario e soprattutto un fanatico del basket che, una volta intravisto in Tim delle potenzialità, iniziò ad insegnargli i fondamentali.

Duncan non aveva mai preso una palla a spicchi in mano, perciò all'inizio era lento, goffo ed impacciato, ma col passare del tempo, grazie proprio all'aiuto di Ricky, arrivò ad avere dei fondamentali davvero di alto livello. Tutto questo lo portò a dominare le partite giocate con la sua high school e successivamente farsi conoscere anche al college. Il tutto con il numero 21 sulle spalle, il numero di Lowery da giocatore universitario.

La Wake Forest University riesce a strapparlo alla concorrenza, e già agli inizi si parla di possibile giocatore da prime scelte al Draft anche dopo un solo anno. Al termine della stagione però, Tim sorprenderà tutti decidendo di rimanere ancora al college nonostante nelle predizioni fosse già dato come una delle prime tre scelte.

Tra lo sconcerto generale, anche l'anno dopo la storia fu la stessa, implicando quindi di fatto di finire il percorso universitario come un normale studente, cosa rarissima per un giocatore destinato alla NBA. Duncan conseguirà la laurea in psicologia e qualche giorno dopo annuncerà il suo ingresso al Draft del 1997. Superfluo dire la scelta con la quale venne chiamato dai San Antonio Spurs, che ebbero la fortuna di aggiudicarsi uno dei migliori prospetti della storia.

Le aspettative non vengono disattese, infatti già al suo secondo anno trascinerà gli speroni alla vittoria del titolo affermandosi anche come MVP delle Finals. Da quel momento inizierà una vera e propria dinastia, verranno al suo fianco prima Tony Parker, poi Manu Ginobili, regalando a San Antonio altri quattro titoli e a Tim altri due premi di MVP delle Finals.

Limpressione però è che la storia stia per volgere al termine, quel maledetto ginocchio lo sta tormentando ormai da anni e, nonostante giochi estremamente bene per l'età che ha, il fisico sembra non riuscire più a reggere le pressioni di una stagione NBA. Gli Spurs stanno lentamente sopperendo sotto i colpi di due fuoriclasse come Durant e Westbrook, e Tim non ha più fisicamente la forza di mettersi sulle spalle la squadra. Oklahoma vincerà quella partita ed avanzerà alle Finali di Conference, ma nei festeggiamenti sia dei tifosi, che dei giocatori in campo, c'è una nota di malinconia piuttosto evidente.

Duncan, che ha chiuso la partita con 19 punti, saluta l'altra squadra come fosse una normale partita di regular season, ma tutti gli avversari lo abbracciano in maniera calorosa come ad omaggiarlo con un tributo che lui stesso non ha voluto, preferendo stare lontano dai riflettori, come da carattere. Il canto del cigno quindi, visto che siamo tutti consapevoli che non lo rivedremo mai più in campo, ma che se non lo conoscessimo non lo avremmo mai detto. Mai egocentrico, a volte noioso, sempre dominante. 

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