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Zach Lavine scalda i motori, ma non saranno solo schiacciate...

22.11.2017 09:32
Tutti noi abbiamo ancora ben chiaro in mente le emozioni che Zach Lavine ci ha fatto provare durante lo Slam Dunk Contest dell’All-Star Game 2016 (tenutosi a Toronto). In quell’occasione, tra un 360° e una reverse, l’attuale giocatore dei Chicago Bulls sfidò un sorprendente Aaron Gordon, riuscendo a spuntarla sul filo del rasoio in uno dei contest più emozionanti che la storia della manifestazione ricordi. Una grande prestazione allo Slam Dunk Contest, si sa, può creare una notevole attenzione ai giocatori che vi partecipano, specie quando questi si mettono in mostra, come nel caso di Zach. Al tempo stesso, però, può relegarti alla più banale delle etichette, ovvero quella di “schiacciatore”, o per meglio dire quell’etichetta che viene spesso sintetizzata in “il ragazzo sa solo schiacciare”. Uno schiacciatore, in questo caso, è quel giocatore che eccelle talmente tanto nell’abilità di andare sopra al ferro da oscurare tutti gli altri aspetti del proprio repertorio, indipendentemente dal fatto che dietro questa congettura ci siano o meno dei dati reali. Casi di giocatori che vengono ricordati esclusivamente per la loro abilità di andare con la testa sopra al ferro ce ne sono moltissimi, tra i più famosi possiamo citare Harold Miner, Desmond Mason, Jason Richardson, Gerald Green e Nate Robinson. Questi giocatori, spesso e volentieri, vengono ricordati solamente per la loro abilità aerea, alcuni a ragion veduta (come Harold Miner, che fu capace di vincere per ben due volte lo Slam Dunk Contest, salvo poi ritirarsi dalla NBA a soli 25 anni perché di fatto non trovò nessuna franchigia disposta ad offrirgli un contratto), mentre altri a torto (come Jason Richardson, che in 15 stagioni NBA ha tenuto medie di tutto rispetto: 17,1 punti, 5,0 rimbalzi, 2,7 assist, 1,2 palle rubate, con 43,8% dal campo e il 37,0% dalla lunga distanza). Ad oggi, è un dato oggettivo come anche Zach LaVine venga etichettato come un giocatore in grado solamente di schiacciare, e, a torto o a ragione, ne dobbiamo prendere atto, lui per primo. Il ragazzo da UCLA, attuale giocatore dei Chicago Bulls, si trova al momento ai box a causa del brutto infortunio subito al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro lo scorso 4 febbraio 2017. A 9 mesi da quel brutto incidente Zach sembra avere una voglia matta di mettere di nuovo i piedi in campo, e scalpita affinché questo avvenga quanto prima possibile.
“Sto spingendo al massimo delle mie possibilità, perché voglio tornare a giocare con i miei compagni di squadra. Voglio tornare a fare tutto quello che facevo prima dell’infortunio. Voglio tornare a giocare allo stesso modo di prima. E quando potrò di nuovo scendere in campo è chiaro che proverò a schiacciare. Posso ancora saltare, posso ancora andare sopra il ferro.”
Quello che Zach molto probabilmente sa, è che oltre a saper andare ancora sopra il ferro, dovrà dimostrare anche altro: dovrà dimostrare di essere un giocatore di basket a 360°, e non solamente uno che sa schiacciare. Prima dell’infortunio Zach Lavine stava viaggiando (con i Minesota Timberwolves) con delle medie da 18,9 punti, 3,4 rimbalzi, 3,0 assist, con il 45,9% dal campo, il 38,7% dalla lunga distanza e l’83,6% dalla lunetta, a dimostrazione che la strada intrapresa per dimostrare al mondo di essere un vero giocatore di basket fosse quella giusta. Di primo acchito si potrebbe pensare che l’infortunio per un giocatore sia solo un intralcio, ma se l’infortunio è affrontato con la giusta mentalità e con il giusto atteggiamento, allora questi può incredibilmente volgere a favore del diretto interessato. Un infortunio grave come quello di Lavine ti dà la possibilità di esplorare nuove conoscenze, da un punto di vista tecnico e fisico, ma anche, se non soprattutto, da un punto di vista personale. Esempi positivi in questo ambito sono sicuramente legati agli infortuni di Blake Griffin e di Ben Simmons, ma anche del nostro Danilo Gallinari. Di contro, la speranza è che LaVine non ripercorra invece le orme dello sfortunato Derrick Rose, senza la necessità di dover aggiungere altro. Adesso Zach è chiamato ad un compito arduo, sfidante ed accattivante, ma sicuramente non impossibile per un giocatore del suo talento. Chicago ha bisogno di un faro e Lavine ha bisogno di uno scoglio su cui poggiare le fondamenta di un rilancio, sia fisico che professionale. I presupposti per far bene ci sono tutti, noi semplicemente non vediamo l’ora che accada.

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