Timeout

TIMEOUT | Scottie Pippen: la stella oscurata dal sole

La complicatissima carriera di un campione, prima fermato dal proprio fisico, poi dalla grandezza del compagno..

Alberto Pacini
24.07.2018 11:56

Chicago, 3 gennaio 1989.

Gennaio è solitamente il mese in cui si iniziano un po' a definire le gerarchie della stagione in corso, in cui le sorprese vengono allo scoperto e le contender iniziano a giocare sul serio. I Chicago Bulls si trovano proprio nel periodo di transizione da promessa a candidata per il titolo e stanno continuando il loro lungo e continuo processo di crescita. A Los Angeles sponda Clippers invece si respira ben altra aria, con una squadra in completa ricostruzione ed in cerca di scelte ai prossimi Draft.

La partita che si prospetta porta con sè un pronostico nettamente in favore dei padroni di casa, ma la gara si rivela più combattuta del previsto. Gli ultimi possessi diventano perciò fondamentali, e quando, con poco più di un minuto da giocare, Jordan sfrutta il blocco di Pippen e va a concludere al ferro, portando i Bulls avanti di una lunghezza, coach Shue vede ancora la clamorosa possibilità di vincere, e chiama TIMEOUT!

Mentre i giocatori tornano rispettivamente nelle proprie panchine, Michael Jordan cerca subito Scottie Pippen per congratularsi con lui per l'ottimo blocco portato nell'azione precedente. I due finora si sono resi protagonisti di due ennesime grandissime prestazioni, esattamente come quelle che qualche anno dopo avrebbero portato ai due three-peat storici.

Pippen è il compagno di squadra perfetto per MJ: intelligente e costante in fase offensiva e semplicemente uno dei migliori nell'altra metà campo. Un giocatore globale dunque, ma che per arrivare a questi livelli ha dovuto affrontare periodi molto difficili, che non si attribuirebbero mai alla superstar conosciuta oggi. Agli inizi di carriera infatti, Scottie ebbe non pochi problemi nel mostrare il suo talento e venne spesso trattato come un ragazzo qualunque.

La sua storia inizia in un piccolissimo paese sperduto nell'Arkansas, dove nasce come l'ultimo di dodici fratelli. I genitori erano entrambi più alti della media e tutti i figli promettevano perciò un'altezza importante. Tutti tranne uno. Il povero Scottie era il più basso in famiglia, tanto da essere costretto a giocare come playmaker nella squadra della scuola. Il basket era la sua passione, l'unica cosa che avrebbe voluto fare nella sua vita, ma i risultati in campo erano piuttosto scoraggianti.

Nel primo anno all'high school gioca poco e non molto bene, nel secondo riesce a diventare il playmaker titolare ma non riesce comunque a dimostrare niente di veramente significativo sul campo. La sua altezza lo relega in un ruolo in cui non riesce ad esprimersi e ciò fa sì che alla fine del percorso scolastico non ci sia neanche un college pronto ad inserirlo nel proprio roster.

All'orizzonte una carrera finita ancor prima di iniziare, che spinge Pippen a cercarsi un lavoro lontano dalla pallacanestro. Il suo ormai ex allenatore era perfettamente consapevole di quanto la palla a spicchi fosse importante per quel ragazzino e, grazie ad una serie di clamorose coincidenze riesce a fargli un regalo inaspettato.

Un suo amico era infatti da anni in debito con lui, ed era da poco diventato il coach alla University of Central Arkansas. Dare a Scottie un posto in squadra sarebbe bastato per ripianare i precedenti debiti. La proposta viene ovviamente accettata, ma nel visionare quel ragazzo giocare entrambi si resero conto che a livello collegiale, con quel fisico, sarebbe stato solamente un peso per la squadra. Gli viene quindi offerto un ruolo da team manager, che Scottie accetta con entusiasmo, prendendo al volo la possibilità di poter lavorare nel mondo della pallacanestro.

I mesi passano e la squadra procede abbastanza bene, con Pippen dietro la scrivania a seguirne le vicende. Nel frattempo, quello che era un ragazzino di 185 cm, in pochissimo tempo si è alzato fino a superare i due metri, mettendo in atto una crescita tanto inaspettata quanto spaventosa. Complice qualche infortunio di troppo, viene proposto di fargli fare qualche prova in allenamento per rimpolpare il roster per le partitelle a fine sessione. Ciò che ne viene fuori lascia letteralmente tutti a bocca aperta.

Un giocatore che finalmente può contare sul suo fisico per farsi spazio come ala piccola, deciso nei suoi movimenti, abilissimo in difesa e letale in attacco. Da quel momento entrerà a far parte della squadra in pianta stabile e la porterà anche ad un rendimento sensibilmente migliore rispetto al passato. L'anno successivo la storia è esattamente la stessa, con ottime prestazioni sul campo e la speranza per un futuro in NBA.

Purtroppo però, la scarsissima rilevanza della sua università a livello nazionale, fece passare in sordina le eccellenti capacità di Scottie, che non venne notato da nessuno scout NBA. Quando, alla fine della stagione, si renderà eleggibile per il Draft, le stime lo inseriscono nel calderone del secondo turno o al massimo alla fine del primo giro.

Il Draft Combine ed i workout con le squadre furono però fondamentali per Pippen, che mostrò tutto ciò di cui fosse capace. Iniziò a spargersi la voce di un clamoroso buco nell'acqua da parte degli scout che si erano lasciati scappare un talento da potenziale top 5 nel suddetto Draft. Fu effettivamente così, perché Scottie fu chiamato alla numero cinque dai Chicago Bulls che ne rimasero letteralmente stregati durante il workout.

Da quel giornò iniziò la carriera memorabile che tutti noi conosciamo sotto l'ala protettiva dell'amico e compagno Michael Jordan. Pippen fu sicuramente il secondo violino più forte della storia del Gioco, un giocatore che in qualsiasi altra squadra della Lega sarebbe stato la star, ma che in quella Chicago doveva fare i conti con il più grande di sempre.

Una leadership forte quella di Jordan, forse troppo, tanto da diventare quasi dannosa per Scottie che sfornava insistentemente prestazioni eccellenti ma che veniva ogni volta oscurato dall'altro. I sei anelli vinti rendono perfettamente l'idea della grandezza di quei due giocatori che assieme si completavano alla perfezione, ma non rendono completamente merito al nostro protagonista, al quale non verranno mai pienamente riconosciuti i meriti di quei titoli, proprio per l'ombra troppo prepotente di MJ.

Tornando infatti al timeout iniziale, è facilmente comprensibile il perchè questo contesto alla lunga portò alla rottura di quella collaborazione all'apparenza perfetta. Quella partità finirà in parità, e contro ogni pronostico iniziale ci sarà bisogno di un tempo supplementare per sancire la vittoria dei padroni di casa. Vittoria scontata in partenza ma che all'atto pratico era scaturita da due eccellenti prestazioni, ed è facile intuire di chi.

Tripla doppia per Scottie, con 15 punti, 10 rimbalzi e 12 assist a condimento di una prestazione perfetta. Idolo delle folle? Purtroppo no, perché l'altro con un'altra clamorosa tripla doppia da 41-10-11 si era preso la scena anche questa volta. Un lieto fine amaro per il buon Pip, esattamente lo stesso che lo accompagnerà per tutto il resto della sua gloriosa ma complicata carriera. 

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