Timeout

TIMEOUT | Kevin Garnett: il grande uomo, nascosto dietro al trash talking

Alberto Pacini
27.02.2018 18:36

Boston, 20 maggio 2008.

Il TD Garden è sold-out per assistere alla prima gara delle finali di conference dei suoi Boston Celtics. I ragazzi di Doc Rivers hanno disputato una regular season impressionante, fatta di 66 vittorie e solamente 16 sconfitte. I playoffs sono stati altrettanto spettacolari, con il trio Garnett-Pierce-Allen che punta dritto al titolo. Pronti a dargli battaglia però, ci sono i Detroit Pistons di RIP Hamilton, Rasheed Wallace e Chauncey Billups, intenzionati a ripetere l'impresa di quattro anni prima.

Ne esce ovviamente una partita combattuta punto a punto, fino a che però, nel terzo quarto, i Celtics cambiano marcia e si portano avanti di qualche possesso. Nell'ultima frazione di gioco i Pistons cercano di riavvicinarsi e riescono a rientrare in partita, tanto da ridurre lo scarto a soli sei punti, con una tripla di Rodney Stuckey. Doc Rivers vede i suoi un po' deconcentrati, e opta per il TIMEOUT!

Mentre i giocatori si avvicinano alle rispettive panchine, si sentono in tutto il palazzetto le urla di Kevin Garnett che sta motivando i suoi. Durante il minuto di pausa carica ogni singolo compagno da vero leader, tirandogli fuori ogni goccia di energia residua. Il personaggio è questo, un trascinatore infaticabile con il carattere di un guerriero, che sputa sangue in campo pur di vincere. Queste motivazioni le hai o non le hai nella vita, c'è poco da fare, ma sicuramente c'è chi, come Garnett, ha convertito ogni sua difficoltà personale in nuovi stimoli.

La sua infanzia è gestita, perché questo è il termine adatto, da una madre che esige solo il meglio per lui. Si rivelerà poi essere fondamentale nella crescita di KG, come giocatore ma soprattutto come uomo, anche se rischiò di non farcelo mai apprezzare su un campo da basket. Già, mamma Shirley non era favorevole alla pallacanestro, toglieva troppo tempo al figlio e lo distraeva dagli studi. Fortunatamente Kevin non abbandonò mai la palla a spicchi, trovando un modo per giocare all'insaputa della madre.

"Quando dovevo andare a giocare, nascondevo la borsa nei cespugli dietro casa e uscivo come se nulla fosse. Il vicino aveva un cane che abbaiava ogni volta che mi vedeva, ed ero costretto a dargli qualcosa da mangiare per farlo stare buono."

Il gioco va avanti fino a che un giorno un'amica della madre le chiede se sarebbe andata a vedere la partita di suo figlio. Stizzita e molto arrabbiata, Shirley prende la borsa e corre alla palestra dove Kevin stava per scendere in campo. Una volta arrivata lì però, lo spettacolo è incredibile. Suo figlio era la stella del team, tutto il pubblico lo invocava a gran voce, e per la prima volta le fa comprendere quanto per suo figlio fosse importante poter giocare. Credo che possiamo parlare a nome di tutti ringraziando quella donna che quel giorno, inconsapevolmente, ha salvato la carriera di un campione.

La storia di Garnett in NBA sarà quella di un predestinato, un ossessionato dalla vittoria, disposto a tutto pur di raggiungerla. Ogni mattina, che sia in vacanza o durante la stagione, si alza alle 5:30 in punto. Nel periodo estivo a quell'ora lo potete trovare su di una spiaggia a fissare il mare. A chi glielo chiede, risponde che è un momento di pace con se stesso, dove può recuperare al meglio le energie per la stagione successiva. Balle, è lì perché ogni mattina corre chilometri e chilometri sulla spiaggia vuota, cullato dal suono delle onde.

Non si ferma mai, è instancabile. Ha una dedizione al sacrificio per arrivare al successo che in pochissimi altri possono vantare. Arriva in palestra un'ora e mezza prima degli altri a ogni allenamento, dà tutto con i compagni, e dopo rimane a prendere i rimbalzi nella sessione di tiro di Rajon Rondo. Se a tutto questo aggiungiamo un carattere da leader puro ed un talento fuori dalla norma, ne esce la formula perfetta del campione.

La vita purtroppo però, gli consegnerà anche dei momenti molto difficili, che trovarono il loro culmine la sera del suo compleanno, il 19 maggio 2000. Per l'occasione, i suoi compagni di squadra gli avevano organizzato una festa a sorpresa. La serata procede in un clima molto disteso, i ragazzi scherzano e stanno insieme fino a tarda notte. Tra i compagni presenti c'è ovviamente Malik Sealy, grande amico di Garnett, tanto da essere considerato come un fratello maggiore dal numero 21 di Minnesota. A proposito, Kevin aveva scelto il 21 proprio perché era stato il numero di maglia di Malik al college, che adesso invece indossava il 2.

Sealy era il classico bravo ragazzo, dedito alla famiglia e ligio alle regole, infatti quella sera non bevve neanche una goccia di alcool, sapendo di doversi mettere alla guida di ritorno dalla festa, portando a casa anche alcuni compagni. E' ormai quasi l'alba del giorno dopo quando i ragazzi lasciano casa KG per rincasare, ed è purtroppo qui che finisce la favola ed inizia la tragedia.

Dopo aver riportato gli altri, Malik si dirige verso casa, ma non ci arriverà mai. Un furgone che stava procedendo contromano, guidato da un conducente ubriaco, travolge la macchina di Sealy, uccidendolo sul colpo. Garnett racconterà quella sera in un'intervista molto toccante.

"Non dimenticherò mai il rumore assordante di mia zia che picchiava sulla porta della mia stanza. 'Devi alzarti è successo qualcosa a Malik!'. L'avevo appena visto...mi disse 'Malik è morto'...quando mi disse questa cosa sentii come se il tempo si fosse fermato..."

Finito di pronunciare queste parole, scoppia a piangere, chiedendo di interrompere l'intervista. Una serata iniziata magnificamente e terminata nella più grande tragedia della sua vita. Da quel giorno KG porterà Sealy ogni sera con sé sul parquet, indossando il suo classico polsino sul gomito, proprio con le sue iniziali.

Il suono della sirena rimbomba nel TD Garden di Boston, e Garnett si alza dalla panchina con un grido di incitamento, quella partita deve essere sua. E lo sarà, i Celtics vinceranno e 'The big ticket' segnerà 26 punti. Mentre tutti escono dal campo festeggiando però, come ogni partita della sua carriera giocatasi il 20 maggio, Kevin è fermo in mezzo al campo. L'indice è alto nel cielo, la testa è bassa ma il labiale si legge molto bene: "This is for you, brother".

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