Story of the Game

Ad un passo dalla leggenda: il momento in cui Kobe Bryant piegò Michael Jordan!

La nascita della Mamba Mentality e quell'incontro con His Airness

Antonello Brindisi
18.12.2017 20:51

Nel corso di una lunga carriera in NBA, il percorso intrapreso da Kobe Bryant si è spesso trovato pronto a rispondere presente alla "chiamata della storia", dando così un seguito alle leggendarie gesta di His Airness Michael Jordan. Il Black Mamba ha "plasmato" la storia moderna di questo sport, creando un "ponte di collegamento" tra i fasti jordaniani e il Basket del nuovo millennio. Un evento totalmente inaspettato e, forse anche per questo motivo, così coinvolgente: la Mamba Mentality ha travolto il panorama NBA con una "tempesta di rinnovamento" colma di passione, energia ed entusiasmo, contribuendo ad esportare il business della National Basketball Association nel mondo e avvicinando un'intera generazione di ragazzi al mondo della palla arancione.

Kobe Bryant non è mai stato un giocatore qualunque (d'altronde gli "eroi" destano sempre una certa attenzione al momento del proprio arrivo), così come Prometeo riuscì ad eludere gli Déi e a donare la "fiamma ardente del sapere" al genere umano, anche Bryant portò la "luce della speranza" in NBA nel corso del suo primo incontro con la leggenda numero ventitre. Un "affronto divino", la prova empirica che anche Michael Jordan, l'uomo che sembrava poter sconfiggere la forza di gravità, poteva trovare un suo successore. La "rivoluzione kantiana" mostrata dal più grande giocatore di tutti i tempi era dunque confutabile, quel "processo storico" non solo era possibile ma era concretamente pronto a prendere forma.

Così una sera d'inverno (il 17 dicembre del 1996), un intraprendente giovane afroamericano di 18 anni e con appena 18 partite NBA alle spalle, decise di voler affrontare nell'uno contro uno il campione dei Bulls, con l'intento di mostrare al mondo intero "il lato umano" di quel giocatore che per tanti anni era apparso così incredibilmente vicino alla vera essenza della perfezione. Quel giorno Kobe Bryant giocò solo 10 minuti della sua incredibile carriera, realizzando il "misero bottino" di 5 punti nella rimonta dei Chicago Bulls ai danni dei "suoi" Los Angeles Lakers, mentre Jordan realizzò 30 punti, contribuendo in maniera determinante a realizzare un parziale di 33-15 nel quarto quarto (la partita si concluse con il punteggio di 129 a 123 dopo l'overtime).

Nonostante il divario evidenziato dal tabellino al termine della partita, una gran parte degli spettatori presenti allo United Center rimase inaspettatamente colpita da un tenace ragazzino con la maglia numero otto: quella data sancì l'inizio di un "era cestistica" e consegnò alla storia uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, Kobe Bryant.

Da "His Airness" al "Black Mamba" il passo appare molto breve e quantomai spontaneo. Il merito è ancora da attribuirsi all'icona dei Lakers, che da Michael Jordan sembra aver ripreso sia il "killer instinct" che "la fame di vittorie". Due "pilastri portanti" della mentalità vincente adottata da Kobe Bryant, successivamente personificata dalla "ossessione per la pallacanestro" da cui è nata la Mamba Mentality. Quella fatidica partita rappresentò per l'aspirante campione il culmine del proprio apprendistato, trasformandolo così in un autentico fuoriclasse.

Una "chiave di volta" confermata dallo stesso giocatore, tornato a rimembrare gli albori e le vette della propria carriera in occasione della cerimonia indetta questa sera allo Staples Center dai Los Angeles Lakers in onore del ritiro dei due numeri utilizzati da Bryant nel corso della sua carriera, l'otto e il ventiquattro (l'atto formale si svolgerà nel corso dell'intervallo della partita contro i Golden State Warriors, i campioni in carica hanno già annunciato di voler assistere all'evento per sottolineare il rispetto riposto nelle gesta del Black Mamba):

"Ricordo molto bene quella partita, in quel momento ho capito che dovevo impegnarmi di più e cambiare la mia mente per poter vincere. Pensavo tra me e me e ripetevo: non importa se ho 18 anni, lo distruggerò, sono venuto qui per il suo sangue! La prima cosa che fece Jordan fu di liberarsi in un angolo grazie al triangle ed effettuare il suo solito spin dalla linea di fondocampo, io non riuscì a trattenerlo e così MJ schiacciò a canestro sopra di me, mentre cadevo.
Avevo visto quell'esatto movimento un milione di volte ma nonostante tutto avevo fatto la figura dell'idiota! Non potevo crederci. In quel momento mi sono detto più volte: Ok rimettiamoci a lavoro! Ogni volta che sarò di fronte a lui risponderò colpo su colpo, non importa quante volte dovrò farlo o quanta fatica mi costerà, a costo di sputare sangue devo riuscire a batterlo! Così ho preso la palla in mano è ho superato Jordan durante un isolamento. Tutto è cominciato in quel preciso momento in cui ho parlato con me stesso".

Quel discorso che Kobe Bryant fece a se stesso diede i suoi frutti, consegnando al mondo le gesta di una "leggenda vivente" che riecheggia ancora tra i posti a sedere del "tempio californiano". Dopo aver conquistato 5 titoli NBA (2000, 2001, 2002, 2009 e 2010) ed altri innumerevoli premi individuali (2 volte MVP delle Finals, MVP della stagione 2007-08, 11 convocazioni per il primo quintetto NBA, 18 convocazioni all'All Star Game, 4 volte MVP dell'All Star Game, vincitore dello Slam Dunk Contest del 1997, 2 volte miglior marcatore della stagione e 9 volte candidato al primo quintetto difensivo della NBA), il "Black Mamba" potrà finalmente raggiungere Michael Jordan nella storia di questo sport, dopo aver scolpito il proprio volto nella memoria comune di due intere generazioni.

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