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La Social Media Disease sbarca in NBA

Simone Romani
20.03.2018 16:31

In un epoca dove visualizzazioni e likes contano molte volte più delle prestazioni, la NBA si vede invasa da una nuova figura oscura chiamata SMD. La Social Media Disease, battezzata così da Kelly Oubre Jr che ne fa parte, è la nuova "malattia" che ha investito i giocatori, dove followers e adorazioni senza pietà ne fanno da padrona.

Ma come è realmente nata questa vera e propria "ossessione" per i Social Network? La prima apparizione di questo fenomeno, sorprendentemente risale al 2009. Un inizio che affonda le radici alla nascita di queste "vetrine di ego", ma che col passare degli anni ha avuto un'esplosione gigantesca. Il primo giocatore a farne uso, o abuso a vostra discrezione, è stato Charlie Villanueva.

Durante l'intervallo di una partita dei suoi Bucks contro i Celtics, Villanueva ha twittato ai suoi seguaci la sua personalissima opinione, nella quale voleva entrare nel secondo tempo per ribaltare il risultato. Il suo coach dell'epoca Skott Skiles, rimproverò Villanueva per aver fatto un gesto del genere, che di li a poco venne valutato come mancanza di concentrazione. Ma il coach non poteva sapere che questo gesto, fu l'inizio della fine.

Da li in poi la moda dei Social Network, ha subito una rapida e gigantesca ascesa. Ogni superstar che si rispetti, al giorno d'oggi, ha come minimo un profilo sia Instagram che Twitter, dove le sue opinioni e i suoi pensieri fluiscono liberamente senza freni. Il problema che però si è venuto a creare, non appartiene a questa moda, ma a quanto i giocatori ne facciano un abuso.

Jason Terry, Veterano dei Millwaukee Bucks, in un intervista "a cuore aperto", ha fatto presente come, questi mezzi di comunicazione hanno preso il controllo. Nello spogliatoio 75 minuti prima della partita, gli occhi di tutti i giocatori sono puntati verso i loro cellulari, in una profonda ispezione.

"Sono il più anziano, non dovrei farlo eppure non posso. so di infrangere le regole ma non posso farne a meno."

Queste sono le parole di Terry, che con simpatia ed un sorriso ironico, ci fa capire come oramai ogni tipo di dialogo in uno spogliatoio sia svanito. Per fronteggiare questo problema, la dirigenza dei Bucks ha deciso di inserire un divieto riguardante i Social Media. Certo non si può impedire ad un giocatore di guardare il proprio telefono, visto che è divenuto una "protesi del corpo", ma almeno limitarne l'uso alla libreria musicale.

Eppure questo non è l'unico caso che si è scoperto, sempre che di novità si possa parlare, in questo periodo. Tutti sanno del falso profilo di Kevin Durant, che ha adoperato per diverso tempo, rispondendo alle critiche che riceveva. Oppure Nikola Mirotic, che appena abbandonato la città di Chicago non si è fatto aspettare ed ha twittato immediatamente, dopo le due sconfitte consecutive della sua ex squadra.

Ma ovviamente a questa, parziale ma infinita lista, di Social Star, non può mancare il nome di Joel Embiid. La sua esuberanza in campo, dove i mezzi tecnici in parte la giustificano, è riportata, erroneamente, anche sulle piattaforme digitali. Dalle avance fatte alla cantante Rihanna al Trash Talking, che più o meno ha colpito tutti da Karl-Anthony Towns ad Hassan Witeside, il comportamento di Joel Embiid avvolte è stato oggetto di riflessione per il suo coach Brett Brown:

"L'unico modo per non licenziarlo è stato trovare un modo per educarlo.

Questo è il mondo in cui viviamo, come possiamo privare questi ragazzi di una cosa che gli appartiene? sono pur sempre ragazzi."

E' proprio questo il centro della riflessione. Questi ragazzi che si elevano ad un'altro livello grazie ad atleticità, fisicità e mentalità restano pur sempre ragazzi. I Social Network sono la cosa che più li avvicina alle persone di Status Comune. Privarli di una cosa che gli appartiene dalla nascita, risulterebbe uno sbaglio. Certamente è vero che è un abuso sbagliato e sconsiderato, ma alla fine i tempi cambiano e tutti prima o poi si adatteranno.

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