Timeout

TIMEOUT | Gary Payton: il guanto con gli artigli

L'intera carriera di un campione spesa ad inseguire quel maledetto anello, l'ultimo tassello mancante per entrare nell'Olimpo...

Alberto Pacini
07.08.2018 17:09

Miami, 18 giugno 2006.

Con la serie in perfetto equilibrio per 2-2, i Miami Heat ed i Dallas Mavericks sono pronte a scendere in campo con il coltello tra i denti per aggiudicarsi questa gara 5 delle Finals NBA. Ognuna delle sfide precedenti è terminata con uno scarto sottilissimo tra le due compagini, ed anche stasera ci si aspetta un finale molto acceso.

E' effettivamente così, perché in una partita giocata difensivamente in maniera strepitosa da entrambe le parti, i tempi regolamentari non bastano. L'atmosfera è surreale, i padroni di casa sanno perfettamente di non potersi permettere una sconfitta in casa e, al contrario, adesso arrivati al supplementare gli ospiti vedono la loro speranza di vittoria più viva che mai.

Con solamente 54 secondi da giocare, Dallas, avanti di una lunghezza e con Josh Howard in lunetta per due liberi, vede il traguardo a pochissimi passi. Difficile immaginare la pressione sulle spalle del numero 5 biancoblu, ma fatto sta che proprio quest'ultima gli gioca un brutto scherzo, facendogli sbagliare entrambi i tiri a dispisizione. Vola a rimbalzo Posey e senza pensarci un attimo Pat Riley chiama il TIMEOUT!

Wade e Jason Terry sono gli assoluti protagonisti della gara con prestazioni rispettivamente da 41 e da 35 punti, ma la nostra attenzione si sposta su un ragazzo sulla panchina degli Heat, che dopo aver giocato relativamente poco durante tutte le partite della serie, in questo supplementare non è ancora uscito un secondo. Sulla sua canotta c'è il numero 20 ed il suo nome è Gary Payton. Il play titolare sarebbe Jason Williams ma in questi ultimi minuti Pat Riley si fida di più dell'esperienza dell'ex Seattle. Come dargli torto, di esperienza quel vecchietto ne ha da vendere dopo tutto ciò che ha passato durante la carriera.

Una carriera che iniziò molto presto, grazie a suo padre. Il piccolo Gary scorrazzava nel giardino per tutto il giorno con il cappello da cowboy in testa immaginando di essere un pistolero del Far West. Un pomeriggio, durante il suo settimo anno di età, papà Al decise di montare un canestro sul tronco di un albero in giardino e lasciò che suo figlio lo notasse. A dir la verità il primo a notarlo fu Brandon, fratello maggiore di Gary, che si mise  subito a giocare.

Non appena il fratellino, ancora munito di cappello e stella da sceriffo sul petto, si avvicinò per giocare, Brandon con una finta lo superò, spingendolo anche a terra, e andò a segnare. Gary si rialzò piangendo e corse in casa dal padre, ma possiamo dire che esattamente in quel momento nacque l'amore per la palla a spicchi. Da quel giorno in poi infatti si dedicò ogni giorno alla sua nuova passione, chiedendo insistentemente al padre di portarlo al palazzetto a vedere i suoi idoli.

Vivendo ad Oakland, il suo beniamino era George Gervin, la superstar dei San Antonio Spurs e futuro hall-of-famer. Payton inizia dunque a impressionare anche sui campi scolastici, mostrando doti difensive impressionanti, tanto da guadagnarsi il soprannome The Glove, ma anche ottime abilità nel segnare e nel passare la palla. Suo padre sarà sempre il suo più grande mentore e motivatore, presente ad ogni partita del figlio.

"Lui era il tipo che se avessi segnato 40 punti mi avrebbe comunque detto che avrei potuto fare molto meglio. Mi ha sempre detto di fare di più, non mi ha mai davvero gratificato".

"Ho pianto molto per questo, ma una volta arrivato in NBA ho realizzato che se ce l'avevo fatta era molto per merito suo."

Al lo spingeva continuamente a fare di più, consapevole che quel ragazzino sarebbe potuto diventare qualcosa di molto grande. Già all'high school venne fuori la vera personalità di Gary, che al talento sul campo abbinava un trash talking oltre ogni limite che mandava fuori di testa gli avversari. In due anni arrivarono altrettanti titoli, ma la consapevolezza di essere in assoluto il miglior giocatore gli dava la possibilità di spingersi un po' oltre in campo, a volte troppo.

Duante il secondo anno, in un match contro un suo grande rivale, passò tutta la partita a comunicare al difensore ciò che avrebbe fatto nell'azione successiva per dimostrargli che non sarebbe comunque stato in grado di fermarlo. Dopo aver fatto la stessa identica cosa anche per segnare il tiro della vittoria, gli avversari, frustrati e offesi, scatenarono una rissa.

Proprio per scene di questo tipo, Payton non ebbe troppe offerte dai college, affascinati sì dalle sue abilità in campo, ma anche spaventati da questi suoi comportamenti sopra le righe. Se lo aggiudicherà quindi Oregon State, per la quale giocherà per tre anni ad altissimi livelli, continuando però anche a mostrare una lingua un po' troppo lunga.

Nel Draft del 1990 era ovviamente tra i più richiesti, ed i Seattle Supersonics con la seconda scelta assoluta non se lo lasciarono scappare. Restare quindi sulla costa occidentale fu molto importante per lui, in quanto gli permise di rimanere in stretto contatto con parenti ed amici ad Oakland. La sua avventura nei Supersonics a fianco di Shawn Kemp sarà ricca di soddisfazioni, di trash talking e di grandi prestazioni, ma vuota di anelli.

Payton faceva faville e nel frattempo provocava qualsiasi giocatore gli si mettesse sulla strada, ma non riusciva a vincere. Tantissimi giocatori affermano di non aver mai visto un trash talker così tanto efficace. Nell'anno in cui Jordan stette lontano dai campi, tutto sembrava indicare i Supersonics come prossimi vincitori, ma così non fu. Dopo una cavalcata da 63 vittorie in regular season, i sogni di Payton e compagni si spensero subito al primo turno contro i Denver Nuggets, addirittura dopo esser stati avanti per due gare a zero nella serie.

Al rientro negli spogliatoi dopo l'ultima sconfitta, scoppiò un putiferio. Payton si mise ad urlare contro ogni compagno per essere stati 'svogliati' secondo lui, e non appena gli allenatori cercarono di calmarlo, li zittì immediatamente. Il matrimonio con Seattle durò 13 stagioni, ma non portò anelli al dito di Gary, che decise quindi di migrare verso altre squadre che potessero dargli la possibilità di vincere quel tanto agognato titolo. Milwaukee, Lakers (con Malone, Kobe e Shaq) e Boston portarono solamente grandi delusioni e spinsero i più ad additarlo ormai come un perdente, che non sarebbe mai entrato nella Hall of Fame senza vincere un titolo.

Ormai 38enne decide di firmare per Miami, seguendo il consiglio dell'amico Shaquille O'Neal che gli aveva chiesto di raggiungerlo agli Heat. Ed è esattamente qui che ritroviamo la nostra partita, alle finali NBA del primo anno in Florida. Gli Heat sono sotto di uno e hanno bisogno di portarsi in vantaggio nel minor tempo possibile. Wade è stremato e negli ultimi minuti la difesa gli ha preso bene le misure, perciò è Payton a volersi prendere a carico la prossima azione.

Non ha mai segnato tanto questa stagione partendo dalla panchina, e anche stasera ha segnato solamente 6 punti. La rimessa però, come detto, è per lui. I secondi scorrono, Gary alza la testa per leggere l'azione e nota Posey muoversi dietro di lui per uno scarico. Si gira, finta di lasciare la palla al compagno illudento Devin Harris e Nowitzki in un colpo solo e poi vola a canestro. Due punti, Miami avanti. Pur non prendendosi un tiro da svariati minuti, quando è servito è salito in cattedra e ha fatto il suo dovere. Gli Heat vinceranno la partita e andranno poi a Dallas a vincere anche gara 6 per vincere finalmente quel maledetto titolo. Ce l'hai fatta Gary, sei campione!

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