Golden State Warriors

Il risveglio di Stephen Curry rilancia l’entusiasmo dei Dubs

Il grande supporto offerto da Golden State ha elevato la prestazione di Curry, pronto a piegare i Rockets tra l’entusiasmo generale della Oracle Arena.

Antonello Brindisi
22.05.2018 14:39

Nel momento di maggiore difficoltà emotiva, Stephen Curry offre il miglior impatto tattico sul parquet grazie al supporto offensivo espresso dagli uomini di coach Steve Kerr, pronti a sacrificare gran parte delle proprie energie per consentire al numero trenta di ritrovare il consueto feeling con il ritmo partita dei Playoffs. I problemi fisici patiti nel corso della regular season e l’eccellente pressione offensiva esercitata dagli Houston Rockets sui limiti difensivi del 2 volte MVP della lega (2014/15, 2015/16), avevano ridimensionato le prestazioni del campione NBA, frenando di conseguenza le potenzialità di Golden State.

La protezione e la disponibilità offerta dai vari Draymond Green, Klay Thompson, Kevin Durant e Andre Iguodala nel coso delle sortite offensive di Stephen Curry, hanno garantito la continuità di realizzazione necessaria al reintegro del playmaker americano, pronto a mostrare la migliore versione di se stesso nella bolgia cestistica di Oakland. Non è un caso infatti che, senza l’appoggio della nota esuberanza offensiva del proprio leader, il carisma e la sicurezza mostrata da Golden State era mano mano scemata nel confronto diretto con i Rockets, pronti a rivendicare la supremazia ottenuta nel corso della stagione regolare. Il risultato finale di 126 a 85 emesso dal verdetto di gara3, pone le radici nell’esplosione offensiva di Curry: 35 punti, 56.5% dal campo (13 su 23) e sopratutto, 5 su 12 dal perimetro (41.7%). Per assurdo, la rinascita del fuoriclasse dei Dubs è certificata proprio dalla ritrovata spensieratezza mostrata dalla linea dei 3 punti.

La strategia adottata da Houston, ovvero creare un costante isolamento tra James Harden e Stephen Curry, aveva evidenziato i limiti difensivi di Golden State, costretta a subire gli esiti di un miss-match fin troppo punitivo. Oltre alle cifre prodotte da The Beard, 68 punti nelle prime 2 partite, l’isolamento imposto dai Rockets verso il gioco espresso dal playmaker dei Dubs, aveva destabilizzato l’estro realizzativo del giocatore, fautore di un inusuale 2 su 13 dalla linea dei 3 punti nelle prime 2 sfide delle Finali di Conference. Una tendenza che si è perpetuata anche nel 1° tempo di gara3, concluso con un deludente 1 su 7, sensazione confermata a caldo dal diretto interessato:

“Sono veramente frustrato, ho avuto la possibilità di prendere 5 tiri aperti e ne ho realizzato solo uno. In questo momento la fortuna non sta girando dalla mia parte ma non voglio arrendermi, so cosa devo fare!”.

Un breve discorso premonitore che ha introdotto nel 3° quarto, uno Stephen Curry decisamente old-style: 18 punti, 12 costruiti con costanza nell’area avversaria grazie al pick n’roll, 6 realizzati con due conclusioni dall’arco fondamentali. L’esuberanza offensiva del numero trenta di Golden State rappresenta infatti il barometro dell’Oracle Arena, pronta a scatenare il proprio entusiasmo ad ogni realizzazione del proprio beniamino. Un legame emotivo sottolineato anche da Draymond Green:

“Le triple segnate da Curry rappresentano la forza emotiva della nostra squadra. Non sono solo 3 punti, sono dei costanti pugni da k.o. tecnico contro i nostri avversari. Quando Steph va a segno, i nostri tifosi impazziscono di gioia e spostano l’equilibrio della partita a nostro favore. Nessuno può sconfiggere l’entusiasmo dell’Oracle Arena e Steph è il nostro direttore d’orchestra!”

L’incredibile efficacia nel mid-range di Stephen Curry, il 60.5% di realizzazione mantenuto in regular season è salito al 78.6% nel corso di questa postseason, ha dunque riabbracciato la nota efficacia dal perimetro con un ben più consono 4 su 7 prodotto nel corso del 2° tempo. Il ritmo di gioco dei Golden State Warriors è cresciuto di pari passo con il coinvolgimento del pubblico, catalizzato naturalmente nella prestazione del fuoriclasse da Akron. L’espressione rammaricata del 1° tempo si è così trasformata in un marcato sorriso liberatorio:

“Questo è quello che voglio e sopratutto che devo fare. I Rockets pensavano di poter venire qui e imporre il proprio gioco ma si sbagliavano. Questa è casa mia!”

 

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