Timeout

TIMEOUT | Trey Burke: la sottile linea tra successo e fallimento

Dall'euforia delle premesse alle grandi difficoltà della realtà, sempre nel nome di Allen Iverson..

Alberto Pacini
24.04.2018 16:10

New York, 14 novembre 2014.

Il Madison Square Garden è piuttosto lontano dall'essere tutto esaurito per la partita di stasera, dove i suoi Knicks affrontano gli Utah Jazz in un match di inizio stagione che non infiamma il pubblico. Come se non bastasse, la franchigia di New York ha un record di 2-8 negli incontri finora disputati, ed il copione della serata non sembra doversi discostare molto dalle recenti apparizioni, con i Jazz favoriti.

Dopo la palla a due però, contro tutti i pronostici Melo e compagni tengono saldamente il passo degli avversari, pur non riuscendo mai a condurre. La partita si sviluppa così su questo binario, mantenendo il punteggio in bilico fino agli ultimi attimi di gara.

Con 16.4 secondi rimasti, il punteggio è di 100-97 in favore degli ospiti, ma il possesso è nelle mani di Carmelo Anthony. Quando si propongono situazioni del genere, si sa, il numero 7 è un predatore molto affamato, ed infatti, anche in questo caso riesce a riportare il match in parità con una tripla insensata, lasciando solamente 2.3 secondi a Utah per vincerla. Il coach dei Jazz vuole preparare uno schema, e chiama TIMEOUT!

Tra i giocatori in campo in quel momento, ce n'è uno che sta affrontando l'ennesima partita complicata di una stagione che era iniziata con i migliori propositi ma, esattamente come la scorsa, si stava rivelando un fiasco. Quel giocatore è Trey Burke, talentuosissima point guard della franchigia di Salt Lake City. Nonostante il suo grande talento appunto, il ragazzo non sta riuscendo ad esprimersi agli alti livelli a cui aveva abituato al college. La sua storia insegna a non darsi mai per vinti nella vita, continuando a lavorare per il proprio obiettivo.

Trey nasce a Culumbus, capitale dell'Ohio, e fin da piccolo mostra delle doti eccezionali sul rettangolo di gioco. Domina su tutti, talmente tanto da costringere la direzione del piccolo campionato della squadra della sua scuola a cambiare le regole solo per lui. Ogni volta che segna rimane nella metà campo avversaria durante la rimessa in gioco, ruba palla e segna di nuovo.

L'abilità innata nel soffiare la palla dalle mani degli avversari con una semplicità pazzesca gli rimarrà anche tra i professionisti, ma in quel momento dovettero mettergli un freno per evitare che la sua squadra diventasse imbattibile. La cosa si ripeteva 10, anche 15 volte a partita, così venne presa la decisione di impedirgli di superare la metà campo durante i possessi della squadra avversaria.

Lo limitarono si, ma neanche più di tanto, visto che il talento di quel ragazzino era sotto gli occhi di tutti, e già all'high school i coach gli permettevano di allenarsi con la varsity, la squadra dei più grandi, nonostante l'età non glielo permettesse. In quella squadra ci giocava anche il suo migliore amico, ovvero Jared Sullinger, e ciò permise ai due di stringere ancora di più il loro rapporto. L'anno dopo purtroppo la madre di Trey dovette trasferirsi ad Atlanta per lavoro, e questo fece sì che lui perdesse tutto ciò che aveva costruito. Il calvario durò solo un anno, ma fu sufficiente per far crollare la sua reputazione.

"Stetti fermo un anno intero e quando tornai a Culumbus, ero già fuori da tutti i radar. Ero considerato a stento tra i dieci migliori play in Ohio. La cosa non mi piacque affatto."

E' proprio in quel momento che scende in campo Anthony Rhodman, un ex allenatore che si propose per fargli da coach privato per farlo finalmente esplodere. Sveglia alle 5 di mattina per andare a tirare in palestra, poi sala pesi, ed infine doccia e scuola. Le prime settimane, come racconterà proprio il diretto interessato, passerà le mattinate a dormire sul banco, fino a che però non diventerà parte della sua routine giornaliera e l'abitudine cancellerà ogni stanchezza.

Grazie a quel workout, Trey fece un salto pazzesco che gli permise di andare al college con tutti i riflettori puntati addosso. Nel suo primo anno, a soli 18 anni, guidò subito Michigan con i suoi 14 punti e 4 assist di media, finendo già su diversi tabelloni del Mock Draft di quell'anno. Molto probabilmente sarebbe stato scelto comunque, ma perchè rischiare di bruciarsi così.

Saggiamente decise di fare anche il secondo anno al college, ma con la consapevolezza di voler lottare per il titolo NCAA. I nuovi giovani che arrivarono a Michigan, su tutti Tim Hardaway Jr e Nik Stauskas, diedero una mano enorme alla squadra per aspirare a grandi cose. Proprio Hardaway racconterà, durante la sua recente esperienza a New York, un aneddoto su quell'anno.

"I primi allenamenti sentivo continuamente il coach ripetere 'Bravo Alfonso, così Alfonso!' ma tutti ci guardavamo tra di noi perché non capivamo chi fosse. Solo dopo qualche tempo capimmo"

Già, in pochissimi sanno che il vero nome di Burke è proprio Alfonso, anche se viene ormai comunemente chiamato da tutti Trey, in quanto terzogenito in famiglia. Tornando sul campo, quell'anno manterrà le promesse e porterà Michigan tra le 16 squadre più forti d'America. Questa volta al Draft Burke decide di andarci, venendo considerato in ogni previsione una tra le prime cinque scelte assolute, in molte proprio la prima.

Quella sera però qualcosa va storto, le squadre con cui aveva fatto i workout non si fidano di lui, facendolo scendere fino alla nona scelta dei Minnesota Timberwolves, che però lo girano subito ai Jazz per altre due pick. Per un ragazzo che non era sicuramente noto per avere grandissima autostima, fu davvero un duro colpo. Il primo anno a Utah infatti, salvo qualche sprazzo di talento, sarà un vero fallimento. Il tutto va ancora peggiorando nel suo secondo anno, dove la squadra decide di draftare Dante Exum, interessantissimo prospetto nella posizione di point guard.

"I Jazz draftarono Dante, e per me fu come un pugno in faccia. Pensavo mi avessero preso per farmi diventare un uomo-franchigia, ma poi presero lui. Avevo solo 20 anni, tutto ciò abbattè la mia fiducia"

Al termine della stagione infatti i Jazz lo scambieranno per una scelta al secondo turno con i Washington Wizards. La breve parentesi nella capitale statunitense non farà altro che peggiorare la sua reputazione nella Lega e con essa anche la sua autostima. La stagione successiva verrà firmato dai Westchester Knicks, la squadra di G-League affiliata alla franchigia di New York. Lì la sua rinascita sarà graduale e la sua enorme crescita lo porterà a tornare in NBA, proprio nella grande mela, dove ritroverà il suo ex compagno di Michigan, Hardaway Jr, e diventerà di gran lunga il miglior elemento nel backcourt dei Knicks.

Se torniamo però al famoso timeout iniziale, la situazione è tutt'altro che idilliaca per Trey ed i suoi Jazz. Lo schema designato dalla rimessa è per liberare al tiro Hayward, che però è placcato dall'ottima marcatura di Carmelo Anthony, e non può ricevere.

Prima di far scadere i secondi per la rimessa, Ingles lascia disperatamente la palla nelle mani di Burke, che prende la palla in mano, step back e tiro complicatissimo dall'angolo. Palazzetto ammutolito e Knicks al tappeto. New York piange e Utah sorride, ma siamo proprio sicuri che sia ancora così?

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