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Kobe Bryant a Gordon Hayward: la bellezza della sofferenza

Francesca Bellizzi
06.11.2017 17:03
Parola d’ordine: accettazione. Accettazione, che è un monito e una missione. Accettazione, che non è apatia o rassegnazione ma rinnovata volontà di agire e reagire. Accettazione, che sono cinque sillabe e molto di più. Quante volte questa parola sia rimbombata tra i pensieri di Gordon Hayward, nessuno lo sa, nonostante la sua magnifica lettera (clicca qui). E d’altra parte, nessuno può immaginarlo. O forse sì. Forse possiamo possiamo capirlo tutti, cosa significhi essere Gordon Hayward. Cosa significhi dover fare i conti con la rabbia e il dolore e la rassegnazione di fronte a ciò che dalla volontà non dipende. Cosa significhi imparare di nuovo a camminare sui cocci affilati e taglienti di sogni, ambizioni e sacrifici andati in frantumi. Cosa significhi dover rimettere insieme i pezzi prima di perdere sé stessi. Cosa significhi non avere più nulla per capire realmente cosa voglia dire essere liberi: liberi di accettare e di ricominciare o di subire prima di fuggire. Sì, forse possiamo capirlo tutti cosa significhi essere Gordon Hayward. Possiamo capirlo perché quello che abbiamo visto sul parquet della Quicken Loans Arena succede nella vita di tutti i giorni, nelle circostanze e nei modi più disparati, a tutti. Succede. Succede e basta.
"What is this going to do to me? Am I going to be able to come back? To play again? Am I done? Is my career over? What do I do now?”.
tratto dalla lettera: "in un attimo"
Gordon Hayward ha confessato di esserselo domandato spesso, in quel lungo inno alla determinazione e alla volontà che è il messaggio pubblicato pochi giorni fa sul suo account Facebook. In tanti, prima di lui, sono stati vessati dagli stessi interrogativi. Primo fra tutti, Kobe Bryant, maestro infaticabile delle scalate impossibili dopo infortuni rovinosi. Le parole del Black Mamba sono un invito. Un invito all’accettazione e all’accoglienza di ogni battito e di ogni emozione. Perché è vero: il dolore rovescia la vita. Ma nulla impedisce di trasformarlo nel primo capitolo di una grande rinascita. E allora ben venga la rabbia. Ben venga la disperazione. Ben venga la frustrazione. Ben vengano le lacrime. E ben vengano anche la gioia, la determinazione, i sorrisi e le speranze. Perché, come ha scritto qualcuno, “i caratteri più forti sono cosparsi di cicatrici”. E perché, come ha scritto Kobe Bryant, la vera bellezza si nasconde nella consapevolezza che nulla è per sempre e niente è garantito.
“Sii triste. Sii folle. Sii frustrato. Urla. Piangi. Incupisciti. Quando ti sveglierai penserai che sia stato soltanto un incubo, prima di realizzare quanto tutto sia troppo reale. Sarai arrabbiato e pregherai di poter tornare indietro: prima di quella partita, prima di quell’azione di gioco. Ma la realtà non restituisce nulla e non c’è niente che tu possa fare. Sarà tempo di andare avanti e di fare tutto ciò che in tuo potere per prepararti al meglio in vista dell’intervento. Poni tutte le domande necessarie per assicurarti di capire appieno la procedura impiegata, così da riuscire a visualizzarla nel subconscio e migliorare le possibilità di riuscita. Concentrati sul percorso riabilitativo giorno dopo giorno. Sarà un lungo viaggio, ma se apprezzerai ogni piccolo traguardo lungo la strada riuscirai a scovare la bellezza in tutte quelle cose che prima di questo infortunio davi per scontate. Questo significa che, quando tornerai, avrai nuove prospettive. Sarai così infinitamente grato di riuscire a stare in piedi, di riuscire a correre e a camminare che ti allenerai più intensamente di quanto non abbia mai fatto finora. Vedrai la speranza crescere dentro di te ad ogni obiettivo conquistato e per questo sarai un giocatore ancora più forte. Buona fortuna per il tuo viaggio, fratello mio! Per sempre #mambamentality

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