Story of the Game

Il lato più umano, più insicuro e meno infallibile di Michael Jordan

21.12.2017 18:24
La notte del 23 luglio 1993 James Raymond Jordan Sr. viene brutalmente assassinato mentre riposa all’interno della sua auto, di ritorno dal funerale di un amico nei pressi dell’autostrada interstatale nella Carolina del Nord. In quel momento il figlio di James, Michael Jeffrey Jordan, è semplicemente seduto sulla cima più alta del mondo, e guarda tutti dall’alto verso il basso: a 30 anni ha da poco vinto il suo terzo anello consecutivo ed è il padrone indiscusso della NBA. La morte del padre, come un fulmine a ciel sereno, mina le certezze più primitive del campione dei Chicago Bulls. Michael Jordan cade improvvisamente dalla cima su cui era comodamente seduto fino a poco tempo prima, ed il tonfo della caduta ha un eco fortissimo: il 6 ottobre 1993 Mike annuncia il suo ritiro dal basket.
"Ho perso ogni motivazione. Nel gioco del basket non ho più nulla da dimostrare: è il momento migliore per me per smettere. Ho vinto tutto quello che si poteva vincere. Tornare? Forse, ma ora penso alla famiglia."
Forse per provare a recuperare le certezze perdute, il 7 febbraio 1994, alla soglia dei 31 anni, Michael Jordan tenta la strada del baseball professionistico, sport da sempre sognato per lui proprio dallo scomparso padre. Mike inizialmente entra nella Major League Baseball dalla porta principale, firmando per la squadra di Chicago, i White Sox, salvo poi essere girato, neanche due mesi più tardi, ai Birmingham Barons, squadra di Minor League Baseball affiliata proprio ai Chicago White Sox. La devozione verso il padre, fino ad allora punto di appoggio fondamentale per la sua vita e per la sua carriera, unito ad un’innata natura competitiva, volta a dimostrare di poter primeggiare anche in un'altra disciplina oltre al basket, lo fecero optare per questa serie di drastiche decisioni. Gli 8.500 posti dello stadio Regions Field dei Birmingham Barons si ritrovarono improvvisamente sempre esauriti, tante erano le aspettative del pubblico nei confronti di His Airness. Nonostante le attese, però, nelle 127 gare disputate con i Birmingham Barons Michael Jordan ottenne dei risultati al limite della modestia. Le aspettative disattese fecero si che giornalisti e tifosi iniziarono a criticare Jordan, cui di fatto venne affibbiato lo pseudonimo di giocatore copertina, capace cioè solamente di creare pubblicità intorno al mondo del baseball, ma di certo non capace di fare la differenza sul campo. In quel momento Michael Jordan assapora nuovamente il fallimento, quello stesso fallimento che aveva provato nel basket alla High School e che, come da lui stesso ammesso, lo aveva portato ad essere il campione che tutti ormai conoscevano, ma che al tempo stesso ormai tutti iniziavano a non ricordare. Mike ci riprova, ancora 35 incontri tra il settembre e il novembre 1994 con gli Scottsdale Scorpions in Arizona Fall League: fallisce ancora. La redenzione che passa attraverso il fallimento stavolta non c’è, non funziona. Così, dopo circa un anno e mezzo dall’inizio della sua nuova avventura, e con l’anima competitiva che gli brucia dentro lo stomaco come un fuoco, Michael Jordan dichiara conclusa la sua carriera di giocatore di baseball. È notizia recente che Will Smith ha deciso di produrre un film che si basa proprio sull’avventura nel baseball di Michael Jordan. Dalla breve ricostruzione fatta si può immaginare che con questo film si proverà a mostrare il lato più umano, più insicuro e meno infallibile del campione dei Chicago Bulls, quello stesso campione che di lì a poco, rispetto al nostro racconto, sorprenderà il mondo con il suo “I’m back!”, ma questa in fondo è un’altra storia…

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