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Il trash talking tra giocatori e tifosi: giusto o sbagliato?

Il contrasto tra la libertà d’espressione e l’etica professionale continua ad influenzare, nel bene e nel male, le prestazioni dei campioni NBA.

Antonello Brindisi
23.05.2018 17:53

Spesso nel corso di questa stagione, siamo stati spettatori di un confronto diretto tra alcuni fuoriclasse della NBA e dei singoli supporters, spesso avidi di protagonismo. Le differenti reazioni offerte dai giocatori coinvolti, hanno dunque posto l’attenzione dei media su una fatidica domanda: è giusto lasciar spazio a questa forte interazione con il pubblico? E soprattutto, questi episodi incidono veramente sulle sorti di una serie nei Playoffs? La risposta si trova nella sintesi tra il punto di vista dei giocatori e la libertà garantita al singolo spettatore dopo l’acquisto di un biglietto. Provare empatia verso le emozioni patite dai giocatori, ci dona di conseguenza la chiave per comprendere a pieno la reale efficacia di questa influenza extra-cestistica, spesso etichettata come un’autentica Vittoria di Pirro.

L’esperienza diretta di alcune All-Star del calibro di Draymond Green, Russell Westbrook e Chris Paul, rendono l’idea del particolare influsso emotivo che vige all’interno di ogni palazzetto NBA. Spesso i tifosi tendono ad estremizzare la sfida sul parquet, portandosi dietro quell’astio sportivo che sfocia successivamente nella violenza verbale. Un trash talking estremizzato dalla propria fede sportiva, pronto a scagliarsi contro i propri avversari. L’etica sportiva che dovrebbe proteggere l’incolumità fisica e morale dei giocatori si trova così contrapposta all’etica sociale della libertà d’espressione garantita ad ogni singolo individuo. Questo rapporto conflittuale è stato successivamente amplificato dalle regole comportamentali imposte dalla NBA, pronta a punire severamente i propri professionisti.

I giocatori NBA appaiono quindi intrappolati nella loro prigione d’oro, costruita sulla forza della notorietà e del denaro, costretti ad impersonificare la realtà della propria franchigia e a subire l’odio delle rivalità sportive. Giusto o sbagliato che sia, questa è il compromesso necessario alla permanenza nella lega e, per avere successo, è necessario far subito esperienza di questo rapporto conflittuale. A dettare questa linea di pensiero è Draymond Green, un volto piuttosto noto nei tafferugli tra giocatori e tifosi. Spesso etichettato come nemico pubblico numero uno dai supporters avversari, l’orso ballerino si è spesso reso protagonista di gesti provocatori che ne hanno determinato la pessima immagine pubblica. Un dazio che il numero 23 dei Dubs si è visto costretto a pagare anche in queste ultime Finali di Conference, bersagliato dal pubblico di Houston dopo il rude contatto di gioco con James Harden nel corso di gara1.

Durante l’intervista del post-partita, Green ha etichettato questo genere di eventi come una lose-lose battle, un confronto il cui esito va a danneggiare pesantemente entrambe le parti in causa, condannando i giocatori a subire delle pesanti accuse rivolte spesso alla propria famiglia. D’altronde le multe imposte dalla NBA verso le eccessive reazioni dei propri sottoposti sono un ottimo deterrente , esperienza vissuta direttamente dal baluardo difensivo di Golden State:

“Il trash talking ingaggiato con i tifosi avversari non serve a nulla, colpisce economicamente i giocatori e basta, nient’altro. E’ l’esaltazione della violenza e della mancanza di rispetto. Che senso ha insultare le mogli e i figli dei giocatori? O minacciare direttamente la persona? Tutto questo non porta alcun vantaggio nella partita in corso sul parquet, i vertici della NBA dovrebbero intervenire se sono veramente interessati all’immagine della lega. Questa situazione fa bene ne allo sport ne allo spettacolo. Se noi reagiamo siamo richiamati e multati, puoi provare a farti giustizia da solo ma non serve a nulla”.

“Guardate il mio contrasto con James Harden, pensate veramente che mi interessi fare del male al mio avversario? E’ ridicolo, stiamo disputando una Finale di Conference e non possiamo usufruire del nostro agonismo? Non ho risposto alle provocazioni perché è inutile e, come ho detto prima, servirebbe solo a guadagnarsi una multa. Quello che voglio dire alle persone che urlavano contro di me è molto semplice e basilare. Credete veramente che i vostri insulti siano sufficienti a limitare la mia partita? E’ stupido illudersi, siamo professionisti e siamo preparati ad affrontare queste difficoltà!”.

Il raziocinio espresso da Draymond Green si contrappone alla fragilità emotiva dei giocatori nel corso dei momenti cruciali della propria stagione. Nonostante le belle parole dettate dal campione dei Warriors, gestire con lucidità l’improvviso faccia a faccia con i tifosi avversari non è sempre un lavoro consono alla professionalità dei campioni NBA. La vittima illustre di questo rapporto conflittuale è Russell Westbrook, indiscusso talento cestistico che, nel corso di questa stagione 2017/18 ha lasciato trasparire tutto il peso emotivo esercitato dall’influenza del fattore casa.

Le baraonde vissute nella Vivint Smart Home Arena di Salt Lake City nel corso di gara6, terminata con il folle gesto di Westbrook (pronto a rispondere alle provocazioni di un tifoso dei Jazz scippandogli il telefono dalle mani e scagliandolo violentemente sul pavimento), rendono dunque l’idea della grande pressione esercitata dal pubblico di casa in una gara dei Playoffs. Spesso quella mancanza di rispetto ostentata dai supporters avversari rappresenta la chiave emotiva del confronto sul parquet. Per i singoli spettatori, partecipare attivamente ad una partita NBA è un lusso, un evento sporadico che proprio a causa della sua unicità, viene assimilato dalle persone come un momento di realizzazione personale. I supporters pagano il prezzo del biglietto per distaccarsi dalla vita quotidiana e vivere un’esperienza gioiosa e spensierata. Bloccare questo processo comporta la limitazione della singola libertà di partecipazione alla partita e assoggetta di conseguenza i giocatori alle emozioni del pubblico.

Questo è il motivo per cui, anche i più grandi campioni NBA temono il confronto in trasferta con i propri avversarsi. La spasmodica ricerca di una posizione d’elite nel corso della regular season serve solo ad accaparrarsi i favori del fattore campo nella postseason. Per quanto possa risultare spiacevole, la pressione esercitata dal pubblico di casa è spesso determinante nell’esito di un confronto nei PO. A confermare questa teoria è Chris Paul, recente vittima di un acceso confronto con un tifoso di Golden State al termine di gara4 (un classico scambio di insulti a sfond materno):

“Un professionista che mira a raggiungere il titolo NBA deve combattere anche questi fattori esterni. Proprio per questo motivo, la vittoria di questa sera all’Oracle Arena è stata fondamentale per il nostro futuro. Abbiamo bisogno dell’energia e della piena partecipazione del nostro pubblico per vincere! E’ fondamentale poter conservare il fattore campo per raggiungere i propri obbiettivi. Golden State è l’esempio perfetto. Sappiamo tutti che questo posto è una bolgia, il pubblico esercita una forte influenza sugli avversari e ne condiziona la partita sul parquet. Dobbiamo fare tesoro di quest’esperienza, il pubblico è l’arma più pericolosa di una franchigia!”.

Di conseguenza, dato il peso specifico rappresentato dal calore del proprio pubblico, imporre un maggiore distanza tra i supporters e i campioni della NBA, andrebbe a scalfire pesantemente la competitività della lega americana: un evento piuttosto spiacevole per le mire capitalistiche dei vertici NBA. A questa considerazione economica si aggiunge la violenza sociale di un ridimensionamento della libertà di partecipazione garantita al pubblico pagante. Giusto o sbagliato che sia, il trash talking presente negli spazi comuni dei palazzetti statunitensi deve essere necessariamente supportato dal compromesso morale dei giocatori.

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