Timeout

TIMEOUT | James Harden: mai scherzare col Barba!

Alberto Pacini
06.03.2018 18:29

Houston, 20 febbraio 2013.

Gli Oklahoma City Thunder fanno visita agli Houston Rockets, in un match che ha un sapore sicuramente molto particolare. Oltre ad essere la sfida tra due delle squadre più giovani e promettenti di tutta la NBA, il clima viene ulteriormente infiammato dalla partita nella partita fra il duo Westbrook-Durant e James Harden, ex giocatore proprio di OKC, al suo primo anno in Texas. Il numero 13 dei Rockets è in uno stato di concentrazione assoluto prima dell'incontro, completa il riscaldamento senza rivolgere parola a nessuno, isolato con le sue cuffie nelle orecchie ed il cappuccio in testa.

Per lui quella gara ha ovviamente un valore speciale, conscio di aver perso le altre due sfide contro i suoi ex compagni, questa volta non è assolutamente intenzionato a lasciarsi scappare la vittoria. La partita inizia e tutte le premesse del pre-gara vengono confermate: il Barba è un cecchino, ogni volta che si eleva dalla lunga distanza, rimbomba il fruscio della retina. Quattro su quattro da tre, condito da tre assist, il tutto nel giro di neanche 10 minuti di gioco. Dopo l'ultima tripla si gira verso la panchina dei Thunder con un'occhiata difficile da fraintendere, e coach Brooks, quasi intimorito, chiama TIMEOUT!

La sicurezza con la quale si è preso quei tiri è stata a dir poco disarmante, dimostrando consapevolezza nei propri mezzi e decisione nel volerlo imporre a chiunque si metta in mezzo tra lui e la vittoria. Ma non è sempre stato così. James è sempre stato un ragazzo molto timido, da piccolo non era la classica peste che faceva dannare i genitori, è sempre stato tranquillo ed educato, senza mai dare problemi.

L'unica volta che uscì un po' dagli schemi, racconta mamma Monja, fu quando, ai tempi delle scuole medie, lanciò una palla da basket dritta in faccia ad una ragazzina che continuava a parlargli insistentemente nelle orecchie a ricreazione, mentre lui stava cercando solamente di tirare un po' a canestro. In questo caso niente da dire, love for the game.

L'infanzia Harden la passa a Compton, un paesino diciamo non proprio d'élite della contea di Los Angeles, e proprio per evitare che entri a contatto con quell'ambiente, la madre lo avvicina alla pallacanestro. Il padre, invece, non è affatto una figura presente per James, in quanto è regolarmente sbattuto in cella per problemi con la droga. Il Barba per questo rifiuterà sempre l'appellativo "Jr.", non vedendo nel padre una fonte di ispirazione, e anzi arrivando a non rivolgergli più parola già da giovane.

Fortuna però che, come detto, ci penseranno mamma Monja e la palla a spicchi a rendere la vita di Harden molto più tranquilla, lontano dalla malavita losangelina. Agli inizi della sua carriera cestistica, quando era ancora un ragazzino, il suo stile di gioco era completamente diverso da quello che vediamo oggi. Il ragazzo era molto timido e non amava essere al centro dell'attenzione, ma soprattutto non voleva assolutamente sembrare egoista agli occhi degli altri compagni di squadra.

Oltre alla poca sicurezza nei propri mezzi, a quell'età, James non aveva neanche un fisico propriamente da giocatore di basket, era sovrappeso, goffo, impacciato. Ancora oggi possiamo notare come il suo sia un corpo adattato (magnificamente) a giocare a pallacanestro, ma certo non naturale e statuario come quello di altri campioni. L'asma sarà un altro suo grandissimo nemico agli albori della carriera, in quanto lo relegherà, ogni anno fino al college, a giocare molto meno di quanto avrebbe dovuto.

Insomma, sembrava che il basket non dovesse proprio far parte della vita del Barba, ma nonostante tutte queste difficoltà, lui non abbandonerà mai il suo sogno. In mezzo a tutti questi problemi, all'età di 14 anni, decise che era arrivato il momento di fare sul serio. Una mattina, svegliatasi prestissimo come ogni giorno per andare a lavoro, la madre trova sul tavolo un biglietto, lasciato dal figlio la sera prima.

"Puoi svegliarmi alle 7? mi Puoi lasciare anche qualche dollaro?

PS: conserva questo foglio, diventerò una stella"

Voleva alzarsi presto per andare a tirare al campetto, e i soldi gli servivano per il biglietto dell'autobus. Aveva finalmente capito quale fosse il suo potenziale, aveva realizzato cosa potesse fare con una palla in mano, e lo aveva riportato nero su bianco. A quei tempi inoltre, a fargli da avversario al campetto aveva un altro ragazzino che un po' di strada poi l'avrebbe fatta. Harden sfidava Westbrook quasi ogni giorno in improbabili uno contro uno che avevano sempre come unico vincitore l'attuale numero 0 di OKC. Dopo ogni sfida persa James tornava a casa arrabbiato, convincendosi che un giorno sarebbe stato anche lui veloce e scattante come Russ e sarebbe finalmente stato in grado di batterlo.

Le strade dei due losangelini si divideranno quando decideranno di andare a due college differenti, ma resteranno separate per davvero poco tempo. Il destino a volte è davvero imprevedibile, e in questo caso decide di farli essere compagni di squadra in NBA, esattamente ad Oklahoma. I due coltiveranno per anni la loro amicizia, fatta di tantissime esperienze in campo e altrettante fuori, fino a che il solito maledetto destino non deciderà che è tempo di dividersi ancora, spedendo Harden in direzione Houston a causa delle controversie avute con i Thunder nelle trattative per il rinnovo contrattuale.

Ed è proprio da qui che riprende la nostra storia, con il suono della sirena che decreta la fine del timeout. La partita proseguirà a fasi alterne, con lampi da una parte e dall'altra, arrivando però all'ultima frazione con OKC nettamente in vantaggio. L'ultimo quarto di Harden è qualcosa di indescrivibile. Trascina i suoi dallo svantaggio per 109-97 ad un parziale di 119-113 in favore dei Rockets, segnando 14 punti in meno di dieci minuti.

Alla fine del match saranno 46 i punti, e tra i cori che inneggiano all'MVP e le barbe finte indossate dai tifosi sugli spalti, Houston vince una partita che per il numero 13 ha un valore straordinario. Ce l'ha fatta, si è vendicato. Prima di rientrare nel tunnel degli spogliatoi, le due squadre come di consueto si salutano, in particolare Westbrook e Harden si lanciano un'occhiata maliziosa, che vuol dire tutto e niente, che termina poi in una risata e qualche parola sussurrata all'orecchio... Come dici Russ? Rivincita?

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