Timeout

TIMEOUT | Paul George: la paura di iniziare

Dalla passione per la pesca all'amore per la palla a spicchi, con forti accelerazioni e brusche frenate...

Alberto Pacini
03.07.2018 15:14

Indianapolis, 5 aprile 2015.

Quella che sta per andare in scena è di gran lunga la partita più attesa degli ultimi mesi. Il fatto che sia uno scontro diretto tra i Miami Heat e gli Indiana Pacers per staccare l'ultimo biglietto disponibile per la postseason, potrebbe di per sè essere già abbastanza, ma a rendere ancora più bollenti le ore che portano al match, è l'attesissimo ritorno in campo della superstar tra le fila dei padroni di casa.

La partita inizia senza grandi colpi di scena, anche perché per i primi minuti di gioco siamo tutti concentrati più su ciò che accade intorno alla panchina dei Pacers piuttosto che agli avvenimenti sul parquet. Dopo poco più di sei minuti dalla palla a due, coach Frank Vogel decide che è arrivato finalmente il momento di dare a tutti noi ciò che stavamo aspettando, e chiama TIMEOUT!

Subito dopo, lo stesso Vogel si gira e fa un cenno ad un ragazzo seduto in panchina. Nell'esatto momento in cui inizia a sfilarsi la felpa, il pubblico scoppia in un boato assordante. Il loro beniamino è finalmente tornato, Paul George è finalmente pronto a scendere in campo.

Il clima che si percepisce all'interno del palazzetto è veramente surreale, sembra di assistere ad un evento epocale. Tra incertezze, paure, dubbi, lui è lì. Ciò che ha portato a questo momento è una storia pazzesca, attorno ad un ragazzo che non avrebbe mai pensato di poter arrivare a tutto questo.

Il piccolo Paul George cresce infatti in un paesino nella contea di Los Angeles coltivando col padre una grande passione per la pesca. Pressoché ogni pomeriggio estivo i due lo passavano sulle sponde di un laghetto non lontano da casa, creando un legame padre-figlio veramente molto forte. Al ritorno a casa la sera, Paul trovava sempre sua sorella maggiore, Teiosha, a tirare ininterrottamente a canestro nel campetto davanti casa.

Dopo qualche tempo iniziò ad appassionarsi alla palla a spicchi anche lui, dando però sempre la precedenza alla sua vera passione, la pesca. Negli improbabili incontri con Teiosha, quel ragazzetto non riusciva a tenere mai testa alla sorella, mostrando però doti innate, strabilianti per un principiante. Più volte i genitori cercarono di convincerlo ad isciversi alla squadra della scuola, ma non ci fu niente da fare, lui voleva solamente pescare col papà.

Per far sì che le cose vadano come devono andare, a volte c'è bisogno che il destino intervenga per farci aprire gli occhi, non sempre con le buone maniere. All'età di sei anni infatti, Paul dovette affrontare un momento molto complicato per lui e per la sua famiglia. Alla madre, Paulette, venne un ictus improvviso, che le causò un'emorragia interna all'altezza del cervello. Fu ricoverata per mesi, ma tra alti e bassi riuscì comunque a sopravvivere ed a tornare ad una vita regolare dopo due anni.

Durante questo arco di tempo, col padre costretto a stare in ospedale, Paul vide nel basket la sua unica valvola di sfogo, passando le giornate in compagnia della sorella e della palla a spicchi. Quando la situazione si ristabilizzò quindi, quelli che prima erano sprazzi di talento, adesso erano diventate abilità ben consolidate.

Quel ragazzino però ancora non se la sentiva di giocare, aveva paura di iniziare e le uniche volte che andava in una palestra era per vedere giocare il cugino, della sua stessa età, con la propria squadra. Proprio una di queste volte, per una serie clamorosa di coincidenze, suo cugino non riuscì ad arrivare in tempo alla partita, e la famiglia propose al coach di sostituirlo con PG. Al piccolo fu fatta indossare in fretta la maglia da gioco e venne buttato in campo, in jeans e scarpe da passeggio.

"Giocai una partita tremenda, ricordo. Già ero un ragazzo timido di carattere, dopo quella figuraccia decisi che non avrei mai giocato a basket in una squadra in vita mia"

Effettivamente fu così, ma solamente fino a che alla high school non venne praticamente obbligato dalla scuola, viste le sue doti, a giocare. Fu la sua fortuna. Si, perchè dopo qualche tempo di rodaggio, George mostrò finalmente al mondo il suo valore, dominando poi anche al college per arrivare infine all'attesissimo Draft NBA.

PG è ovviamente tra i più richiesti assieme ad altri grandi prospetti come John Wall o DeMarcus Cousins, ma le franchigie non vedono in lui la sicurezza che invece mostrano gli altri, sembra quasi che abbia timore per il grande salto. Gli Indiana Pacers non si lasciano condizionare e puntano forte su di lui, caricandolo di responsabilità e facendolo diventare l'uomo-copertina della squadra.

Paul si trova quindi difronte ad un altro grande inizio, forse il più importante, ma stavolta la paura è accompagnata dalla consapevolezza nei propri mezzi, dalla voglia di arrivare. Il suo impatto sulla Lega sarà devastante, prenderà per mano i Pacers, trascinandoli come un veterano. Le sue prestazioni gli valgono addirittura la chiamata della nazionale americana per il campionato mondiale del 2014, facendo prendere alla sua carriera la via più positiva possibile.

In Spagna a vincere quei mondiali però Paul non ci andrà mai. In una tranquilla amichevole in famiglia a pochi giorni dalla partenza si consumerà il dramma sportivo più grande della sua carriera. George si lancia all'inseguimento di Harden in contropiede, salta per stopparlo ma atterra col piede destro sulla base che supporta il canestro, spezzandosi di netto tibia e perone. Le immagini sono durissime, i compagni di squadra sono letteralemente shockati e, durante gli interventi dei medici, vagano per il campo con le mani sul volto o tra i capelli.

Nelle ore immediatamente successive escono voci che danno per finita la carriera della sfortunatissima superstar dei Pacers, ma quando finalmente prendono la parola i medici, assicurano che PG potrà continuare a giocare nel caso in cui volesse farlo. La prognosi è di almeno un anno intero di stop, con molti dubbi sul fatto di rivedere mai più quel giocatore tremendamente veloce ed esplosivo a cui eravamo abituati.

"I mesi a seguire furono i più difficili in assoluto. Dovetti praticamente imparare di nuovo a camminare, prima scalzo, poi con le scarpe perché faticavo davvero a stare in piedi."

Dopo mesi e mesi di riabilitazione però, Paul non riusciva più a stare lontano dal campo e chiese ai medici l'ok per rientrare nel finale di stagione. La gamba era ormai apposto, ma la paura era tanta, e le incognite ancora di più. Questo ci catapulta direttamente al nostro timeout iniziale, con George che si prepara a scendere in campo dopo poco più di nove mesi da quella maledetta amichevole.

L'impatto emozionale della partita fu fortissimo, e quando PG si prese il suo primo tiro dal campo, peraltro segnandolo, per molti tifosi fu davvero difficile trattenere le lacrime. Come tutte le favole, anche questa serata avrà un lieto fine, perché i Pacers quella partita la vinceranno ed il numero 13 segnerà proprio 13 punti, con la bellezza di tre triple a sigillare la vittoria. Dopo i finali peggiori, spesso ci sono i migliori inizi. Welcome back Paul!

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