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"In un attimo", la lettera di Gordon Hayward

03.11.2017 17:55
Molto spesso la vita ti mette alla prova ed è quello che è successo a Gordon Hayward in occasione della gara di apertura della NBA 2017/18. Il giocatore dei Boston Celtics, dopo l'infortunio del 17 ottobre scorso contro i Cleveland Cavaliers, ha trascorso dei momenti terribili, che ha voluto riportare in una lunga lettera postata sul suo profilo facebook, con la speranza di farsi coraggio e ritornare più forte di prima, perchè l'esordio al TD Garden è solo rimandato.
Le sensazioni, i pensieri, i ringraziamenti, le paure del giocatore di Boston da leggere tutto d'un fiato, ne vale davvero la pena...
"Ho eseguito quella giocata innumerevoli volte. L’anno scorso con gli Utah Jazz quella giocata era la nostra firma. Prendevo un alley-oop da Joe Ingles quasi una volta a partita. Questa volta era una situazione di gioco dove avevo due opzioni: uscire da un blocco cieco nell’angolo oppure andare in back door. Da quello che ricordo ho spinto Jae Crowder a posizionarsi in modo da poter andare in back door, ed avere un vantaggio su di lui quando Kyrie avrebbe lanciato il passaggio. Sono andato su per provare a prenderla e far canestro, ma, proprio in quel momento, LeBron James viene dall’altro lato. Quindi avevo un avversario dietro di me, uno difronte e tutti stavamo cercando la palla lì in alto.
Ci sono state molte volte in cui sono stato sbilanciato in aria. Ci sono state volte in cui, marcato stretto, sono ricaduto abbastanza duramente. E la maggior parte delle volte è andata sempre bene. Mi sono sempre rialzato. Questa volta non mi sentivo diverso quando ero in aria. Voglio dire, lo sapevo, c’è un momento in cui sei in aria e sei sbilanciato e pensi: ”sto per cadere male”. Ma molte volte sei in grado di aggiustare il tuo corpo in aria in modo da ricadere piatto e non atterrare su qualcosa che possa farti davvero male. Questa volta la mia gamba è rimasta sotto di me. Immediatamente sapevo che c’era qualcosa che non andava, ma quando sono atterrato non ho sentito tantissimo dolore. Mi sono rotolato e ho visto il mio piede, puntato completamente nella direzione sbagliata. Il mio primo pensiero era: “questo non è buono. C’è qualcosa di molto strano qui”. Un senso di panico mi pervadeva ed ho segnalato all’arbitro:” Hey guarda questo. Devi fermare il gioco”. Ed ancora non mi sembrava facesse molto male. Poi, il dolore, improvvisamente, è arrivato.
E’ stato come se una volta che il mio cervello avesse realizzato l’accaduto, fossi stato colpito da proiettili di dolore. Lo staff è venuto vicino a me correndo molto velocemente, ma per quanto corta sia stata l’attesa, tre o cinque secondi, ricordo solo che stavo seduto lì a fissare il mio piede puntato nella direzione errata e che quell’attesa mi è sembrata una eternità. Il dottor Rosneck, il medico dei Cavaliers, mi ha sostenuto mentre mi spiegava che volevano provare a ricollocare la caviglia nell’articolazione. Ho tenuto duro e nel momento in cui lo hanno fatto ho provato un’enorme sensazione di dolore, probabilmente il dolore più forte che abbia mai provato nella mia vita. A quel punto, il personale medico ha iniziato a caricarmi sulla barella. La mia gamba stava ancora pulsando e la mia mente vagava ovunque. Ricordo che LeBron si è avvicinato. So di aver parlato con Kyrie e con un gruppo di compagni di squadra e allenatori. Tutti mi stavano augurando il meglio e pregavano per me, credo. Tutto era sfocato. Quando lo staff mi ha portato via sono stato colpito da questa onda d’emozione. Tutto quello che riuscivo a pensare era che fosse finita. Ho fatto tutto questo lavoro. Mi sono trasferito in una nuova squadra. E adesso sta accadendo questo. Cosa mi succederà? Sarò in grado di tornare? Potrò giocare di nuovo? Sono finito? La mia carriera è finita? Cosa faccio ora? Doveva essere una notte molto diversa.
Serata d'apertura. Tutti sono a mille. La NBA è tornata. Kyrie tornava a Cleveland. Alcune persone lo stravolgevano. Altri si incitavano tra loro. Doveva essere una grande partita, contro LeBron e i Cavs, era solo l'inizio di quella rivalità. Sono stato eccitato più di ogni altra cosa, pronto finalmente ad iniziare la stagione. Invece di far parte della partita di cui tutti parlavano sin dall’estate, ero in una delle sale di allenamento della Quicken Loans Arena, sottoposto ai raggi X. La prima persona che mi ha parlato è stata Isaiah Thomas. Era già lì in una sala di allenamento. Non ricordo esattamente quello che ha detto, ma so che ha recitato una preghiera per me, proprio accanto a me. Era lì soltanto per me. Ho imparato in pochissimo tempo che tipo speciale fosse Isaiah. Terminata la radiografia i dottori mi dissero: “ascolta, hai una caviglia rotta. Faremo delle chiamate per capire cosa bisogna fare”. Sul momento, il piano era di volare a Boston con la squadra, andare direttamente in ospedale e prendere le decisioni l’indomani. Mia moglie Robyn aveva chiamato, ma non le avevo ancora parlato. Stava ricevendo aggiornamenti praticamente da subito dopo che era successo. Quando me l’hanno passata al telefono ha continuato a dire: “mi dispiace molto. Vorrei essere lì per aiutarti. Vorrei essere in grado di non farti soffrire. Posso fare qualcosa per te? Andrà tutto bene. Dio ha un piano”. A quel punto mi hanno riportato in sedia a rotelle nello spogliatoio e ho aspettato che la partita finisse. Mi è sembrata la metà partita più lunga di sempre. Tutti cercavano di consolarmi e mi dicevano che sarebbe andata bene. Sapevo che avevano buone intenzioni, ma non riuscivo a pensare ad altro che all’ansia e allo stress nella mia testa. Speravo ci fosse qualcosa che avrei potuto fare per sistemare le cose, qualcosa che mi avrebbe guarito magicamente. I miei pensieri hanno cominciato ad andare in un posto molto buio. Nella mia mente ho continuato a vedere la mia caviglia piegata nel modo sbagliato. In nessun modo le cose sarebbero potute andare bene. E anche se così fosse stato, prima ci sarebbe voluto molto tempo.
Mettermi sull’aereo non è stato facile, ci volevano quattro persone per trasportarmi, e coach Stevens era una di quelle quattro persone. Ce ne erano probabilmente altre 25 che potevano aiutare, ma voleva assicurarsi che fosse lui a farlo. Voglio dire, è una grande persona. La diagnosi iniziale dei medici era abbastanza buona: “se dovessi pensare di procurarti un orribile infortunio alla gamba, questo sarebbe quell’infortunio”. Per quanto brutto potesse sembrare, mi dissero che se l’intervento fosse andato bene avrei recuperato totalmente. Per quanto riguarda il piano di intervento chirurgico, c’erano tre parti. In primo luogo rimettere a posto l’osso, che era la cosa più semplice. Poi intervenire sui legamenti che ho strappato, il che era anch’esso relativamente semplice. La terza parte era l’ignoto e l’unica cosa che riguardava il personale medico. C’era un po’ di preoccupazione sulle scansioni che mostravano possibili danni alla cartilagine. Se così fosse stato, non sarebbe stata una buona notizia. “Che cosa significa?” Chiesi. “Non lo sapranno finché non apriranno il tuo piede” mi risposero. L’intervento chirurgico ha avuto successo. La cartilagine non era correlata alla lesione e non era una preoccupazione. Tutto era andato molto bene. Era davvero bello da ascoltare.
Il mio recupero è solo all’inizio, ma ho già molte persone da ringraziare. La prima persona è Robyn. Ci sono molte cose nella mia vita che non avrei potuto superare senza di lei, specialmente negli ultimi mesi. Quando ero seduto nello spogliatoio di Cleveland, uno dei primi pensieri che mi è passato in testa è stato: “Adesso che cosa farà Robyn? Ora ha me più due figli piccoli di cui prendersi cura”. E’ stata anche molto incoraggiante. “Ne usciremo più forti che mai. Starai bene, ma dobbiamo lavorarci su, quindi alza il culo e comincia ora!”. Mi fa ridere.. Sono anche grato per l’inesauribile supporto che ho ricevuto. Non posso credere a quanti messaggi ho ricevuto. Ci sono state così tante persone che mi hanno augurato il meglio e mi hanno tenuto nei loro pensieri e nelle loro preghiere. Molti di voi hanno inviato tweets o messaggi, e probabilmente non erano sicuri che li avrei letti. Sappiate che ho fatto del mio meglio per leggere ognuno di tutti i messaggi ricevuti. Non riesco a spiegare quanto mi abbiano aiutato a superare queste settimane. Paul George mi ha contattato subito dopo l’infortunio. Con lui scambiavo sempre messaggi. Ero lì con lui quando ha subìto un infortunio simile. Forse sa meglio di chiunque altro quello che sto attraversando e quello che dovrò affrontare. Sono grato che mi abbia contattato e che sia una persona con la quale posso continuare a parlare. Kobe Bryant ha postato un messaggio di supporto su Instagram e poi mi ha inviato un’email. Mi sono appoggiato a Kobe ed è stato sempre nel mio angolo sin da quando ho cominciato a lavorare con lui. Non posso dire abbastanza su ciò che significa avere il suo sostegno, uno dei più grandi di tutti i tempi, che ha superato tutto. Non ha avuto la stessa cosa, ma ha subìto un danno devastante da cui ha dovuto recuperare. Quella email ha significato molto.
E poi ci sono gli Utah Jazz. E’ stata una decisione così dura lasciarli questa estate, eppure tutti, dalla proprietà agli uffici, dagli allenatori a tutti i miei compagni di squadra, erano immediatamente lì per me. Continuano a dimostrare che sono di prima classe in ogni aspetto e sono così fortunato di essere stato parte di tale organizzazione. Anche Barack Obama mi ha inviato una mail. Una cosa davvero incredibile. Infine, l’organizzazione Celtics è stata fantastica sotto ogni aspetto. Sanno che non tornerò in campo per tutta questa stagione, ma si sono assicurati che avessi ogni risorsa necessaria e mi fanno sentire come parte di una squadra. Tutta la famiglia Celtics è piena di tante persone incredibilmente care. Sinceramente non potrò mai dire abbastanza della loro gentilezza.
Cosa farò adesso? Ho iniziato a guardare le partite. In un primo momento, era estenuante solo provare a guardare. Sono stato sopraffatto dalla frustrazione, sapendo che adesso non posso farne parte. Non sono nemmeno con la squadra. È difficile mentalmente guardare le partite perché sto seduto qui pensando: “non sarò in grado di aiutare il team in campo quest’anno”. Ma ho deciso che devo smettere. Devo cambiare questo modo di pensare. So che non posso aiutarli fisicamente in campo, ma farò tutto quanto in mio potere per sostenere i miei compagni di squadra e allenatori in ogni modo immaginabile. Che sia analizzando i video o semplicemente fornendo leadership, non vedo l’ora di dar loro in cambio qualcosa di utile. Ho già ricevuto tanto. Abbiamo una squadra giovane ed entusiasmante piena di personaggi incredibili. Devo trovare il mio modo di contribuire per tutti loro. Alcuni dei giocatori più giovani dovranno crescere un po’ più velocemente di quanto previsto. Si troveranno in situazioni dove avranno molta più responsabilità. Ma questo sarà straordinario per le loro carriere. Non c’è niente di meglio dell’esperienza nella NBA, e ne faranno molta. Credo ancora che a fine stagione, possiamo essere qualcosa di veramente speciale. Continuo a immaginare che cosa sarà mettere piede sul parquet del Garden e fare il mio debutto come Celtic in regular season. Sarà un po’ posticipato, ma ogni giorno che passa della mia riabilitazione, sarò molto più vicino a quel momento. Sto già sognando di condividere quell’attimo con tutti qui a Boston, una città che sto ancora conoscendo, ma con la quale mi sono connesso attraverso tutto questo in modi che vanno oltre ogni mia immaginazione. Ora, tutto ciò che conta è ritornare. E’ tempo di cominciare!

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