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I SIGNORI DELLA NBA: Michael Jordan

Emanuele
17.02.2018 13:00
Per introdurre il giocatore più forte di sempre che abbia mai giocato a basket, ma anche per raccontarlo, c'è bisogno di una persona altrettanto speciale. Quel Federico Buffa di alcuni anni fa che affermava quanto segue: "His Airness, Air Jordan o più semplicemente “the best ever”, il meglio di sempre. E il meglio di sempre in America nel basket, si chiama Michael Jeffrey Jordan. Come Pelè e Maradona nel calcio, Muhammed Ali nel pugilato e Airton Senna nella Formula 1, l’ex numero 23 dei Chicago Bulls ha rappresentato e rappresenta tutt’ora un’icona del proprio sport, quello della palla a spicchi". Ma il bello della leggendaria storia di Michael Jordan, a differenza di questi grandi campioni dello sport, è che lui non nasce fenomeno, anzi le porte che gli si chiudono in faccia sono molteplici. Ma questo non sarà mai un problema per lui: numero uno assoluto dal punto di vista tecnico, con una mentalità vincente e la voglia di primeggiare sempre e comunque, in ogni ambito ed in ogni modo. In questo senso è stato fondamentale trovare sempre nuove motivazioni, nuovi stimoli, nuove sfide da superare. Meglio ancora se tutti lo davano per spacciato, perché tutto ciò galvanizzava Michael, che si dimostrava sempre pronto a prendersi le sue rivincite. Alla giovane età di sedici anni, nella squadra del liceo gli fu preferito un certo Leroy Smith. Da quel giorno per 15 anni di NBA, negli alberghi degli Stati Uniti, (dove non si è tenuti a dire il proprio nome), Michael si è sempre registrato con quello di quel giocatore, così per non dimenticarselo. Sedicenne dalle orecchie a sventola con un naso piuttosto grande, è forte ma non abbastanza per entrare in una squadra liceale. Si iscrive così ad un corso di cucito, perchè convinto che non avrà mai una donna nella sua vita ed è meglio che sappia fare economia domestica. Jordan però non è tipo che si arrende, si allena per un anno intero, cresce fisicamente e tecnicamente e si ripresenta, ad un anno di distanza dall’esclusione al nuovo coach della Laney High School, che lo accoglie in squadra. Col numero 45 già occupato da suo fratello, indossa la 23, quello che rimarrà nell’immaginario collettivo il numero per eccellenza nella storia del basket. In breve tempo diventa il miglior giocatore e trascina i suoi compagni ad un doppio titolo nazionale. Terminato il periodo liceale, Jordan viene reclutato dall’Università di North-Carolina. MJ ha in squadra compagni molto quotati, e, specialmente nel primo anno, non trova molto spazio. Tuttavia riesce comunque a dimostrarsi decisivo, realizzando a pochi secondi dal termine “the winner shot” per il titolo NCAA. Dopo tre stagioni di college decide di lasciare con un anno d’anticipo, dichiarandosi eleggibile per il Draft NBA. La prima scelta è di Houston che vira su Olajuwon, la seconda sarà Sam Bowie per Portland. Jordan viene draftato per terzo dai Chicago Bulls. Col senno di poi una follia, un errore incredibile per le prime due franchigie che perdono la possibilità si mettere sotto contratto il giocatore più forte di sempre. Inizia la vendetta di Michael! Come al liceo e al college, MJ prende la numero 23 e comincia a dare spettacolo anche tra i più grandi. Nella postseason del 1986 sigla un record tuttora imbattuto, che da solo vale la stagione: segna 63 punti contro i Celtics di Larry Bird, che esclamerà a fine partita:
“Penso sia Dio travestito da Michael Jordan”.
L’anno successivo Jordan per la prima volta vince la classifica marcatori, con 37.1 punti di media a partita ed un ruolino di marcia incredibile: nelle 82 partite della stagione regolare, il 23 dei Bulls è per 77 volte il miglior realizzatore della sua squadra, per due volte segna 61 punti, per otto volte supera i 50, per addirittura trentasette volte ne mette 40 o più.  Cifre che faranno ottenere a Jordan il titolo di "NBA Defensive Player of the Year". Nel 1987-1988, durante una partita disputata contro gli Utah Jazz, Jordan schiaccia in testa a John Stockton (alto “solo” 185 cm). Un tifoso nel parterre si alza in piedi e urla sdegnato a Jordan di provare a schiacciare in testa ad un avversario della sua stessa altezza. Nell’azione successiva, Jordan schiaccia in testa al mastodontico Mel Turpin (211 cm, 13 più di Jordan) e si rivolge al tifoso con un’occhiata divertita per sapere se era grosso abbastanza. Fin’ora Michael ha dimostrato di essere uno dei più grandi di sempre, ma il titolo è ancora un’ossessione per un vincente come lui. La consacrazione definitiva arriva nei primi anni novanta, quando i Bulls riescono a scrollarsi di dosso i Detroit Pistons, acerrimi rivali in quel periodo, e conquistano l’anello. Per “His Airness” è il primo di tre successi in altrettante stagioni, per un three-peat da sogno, come i suoi tre titoli consecutivi di MVP delle finali NBA. Al culmine della carriera, ancora lanciato verso nuovi successi, Jordan annuncia la decisione che non t’aspetti: il ritiro dal mondo del basket, dichiarando di non avere più stimoli, avendo vinto tutto ciò che poteva. A pesare su questa scelta è il dramma dell’assassinio del padre, suo primo sostenitore, sebbene avesse preferito vederlo giocare a Baseball. Così, di lì a poco, spinto dalla devozione per il padre e dalla voglia di poter primeggiare in un altro sport, entra nel mondo del Baseball per un’esperienza in cui non lascerà il segno. Dopo un anno e mezzo gli appassionati ed i giornalisti premono per un suo ritorno allo sport di cui è il Re indiscusso, e MJ accontenta tutti, il 18 Marzo 1995. La giostra ricomincia così a girare per i Bulls, che ritrovano il loro trascinatore. Stavolta sceglie il numero 45, quello preferito fin da bambino, anche perché il “suo” 23 è stato ritirato dalla squadra di Chicago. Nei primi playoffs dopo il suo ritorno, Jordan commette alcuni decisivi errori, che permettono agli Orlando Magic di vincere la serie; cruciali le dichiarazione a margine della gara di Nick Anderson, che parla del 45 come un giocatore forte, ma non quanto il 23. Stuzzicato dal rivale, MJ non solo tornerà al suo vecchio numero pagando una multa ogni gara, ma lo farà anche da vincente: dal ’96 al ’98 arriva il secondo Three-peat, nell’annata della cosiddetta Triple Crown, la prestigiosa e quasi impossibile impresa dei tre premi: MVP dell’All Star Game, MVP della stagione regolare e MVP delle finali, vinte contro i Seattle SuperSonics. Altro Three-peat, altro ritiro, questa volta per dedicarsi al golf, suo secondo sport preferito. Ma anche in quest’occasione MJ da proprietario dei Wizards torna in campo nel 2001, per due stagioni nel corso delle quali partecipa agli ultimi All-Star Game della carriera. Come sottolineato dall'avvocato: "si può essere vivi, a 50 anni ed avere già raggiunto l’immortalità? Ovviamente no, a meno che, non vi chiamate Michael Jeffrey Jordan. Secondo un recente retroscena Michael Kidd-Gilchrist, cestista degli allora Charlotte Bobcats, lo ha sfidato in un 1 vs 1 al campo d’allenamento. La storia l’ha raccontata il ragazzo, che ha detto: “Non l’ho presa MAI!". Non è fisicamente possibile, che un ventenne esplosivo, che gioca al più alto livello sportivo sul pianeta non la prenda mai contro un cinquantenne, ma è esattamente ciò che è successo. Pare che sul tavolo del suo storico preparatore atletico a Chicago ci sia un fascicolo che abbia questo titoloHow to put Michael back on the court at fifty”, ossia “come rimettere Michael in campo a 50 anni”. Come è possibile questo, che sistema nervoso ha, cosa c’è dentro quest’uomo? Non è un uomo come gli altri, eppure all’età di 2 anni ha rischiato di morire fulminato, a 17 un maestro di arti marziali ha sbagliato una dimostrazione tagliandogli un pompelmo sullo sterno, abbiamo rischiato di non sapere neanche chi fosse Michael Jordan. L’episodio fondamentale a 7 anni, è sul bordo dell’oceano, muore annegato un suo amico, lui sviluppa una fobia assoluta per l’acqua, e ancora oggi non è in grado di fare un bagno nella vasca da bagno, fa soltanto la doccia. Per fortuna che le raccontano queste storie perché sennò ti verrebbe qualche dubbio se questo sia un uomo come tutti noi, o no!"

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